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sabato 3 settembre 2011

Il dolore?

Una ferita. Un abbandono. Un bene che ti sfugge. Un amore che finisce. Un'amicizia che si frantuma. Una dignità colpita. Una malattia. Oppure il non aver amato abbastanza. L'essere riusciti a perdere per vincere. Il dolore per il tanto male che ogni giorno viene commesso. Come una prepotente fiamma ti raggiunge fino all'anima, occupa la tua mente, dilania il tuo corpo, percorre la tua pelle.
Il dolore c'è.
E' scritto nel nostro limite umano. A te , a me, a ciascuno la scelta.
Si può accogliere come compagno 'prezioso' di vita e farne punto di forza per uscire 'vittoriosi' dalla battaglia della vita, come elemento che ti scava fin nelle profondità e tu con esso, visitando le tue energie migliori e scorgendo meraviglie che prima non conoscevi così bene.
Le parole di Dietrich Bonhoeffer possono aiutarci a penetrarne il mistero:
"E' infinitamente più facile soffrire ubbidendo a un ordine dato da un uomo, che nella libertà dell'azione responsabile personale.
E' infinamente più facile soffrire comunitariamente che in solitudine.
E' infinfinitamente più facile soffrire nel corpo che nello spirito.
Cristo ha sofferto nella libertà, nella solitudine, appartato e nella vergogna, nel corpo e nello spirito, e da allora molti cristiani con Lui".

mercoledì 31 agosto 2011

Il dolore

La vita umana oscilla, come un pendolo,tra il dolore e la noia: dei sette giorni della settimana, dice Schopenhauer, sei solo di dolore e di bisogno, è il settimo è di noia. Il dolore però non riguarda soltanto l'uomo ma investe ogni cosa. Tutto soffre, dal fiore che appassisce all'animale ferito; e se l'uomo soffre di più e perchè, avendo maggiore consapevolezza, è destinato a patire maggiormente l'insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali. Per la stessa ragione il genio, avendo maggiore sensibilità rispetto agli uomini comuni, è votato ad una maggiore sofferenza. In tal modo, Schopenhauer perviene ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo ma nel principio stesso da cui tutto dipende.

domenica 28 agosto 2011

Il rimpianto

Forse siamo troppo occupati a sopravvivere se mentre ci regalano un sorriso non lo notiamo nemmeno. E quando un bivio davanti a noi ci confonde il cammino raramente ci lasciamo guidare dalla voce del cuore. Ci angosciamo al pensiero di quello che dobbiamo lasciare, preoccupati all'idea di dover scegliere senza capire che potrebbe essere una svolta importante in questo nostro splendido viaggio.
Quando scorgiamo una mano tesa, non sempre siamo disposti a stringerla, preoccupati di comprendere l'intenzione del gesto, senza valutare che può essere la vita e la gioia che solo un emozione può assicurare e difendere.
Eppure lo sentiamo il calore del fuoco! Ma per paura delle bruciature che ne possono derivare permettiamo al freddo di travolgerci.
Se nell'incertezza creiamo intorno a noi delle barriere sulla vetta più elevata, dove la purezza è incontaminata, avvertiremo solo il gelo dell'inverno.
Abbiamo a disposizione il mare e non scorgiamo quell'alba che si spinge avanti oltre le onde e lo scuro della notte.
Conosciamo l'intensità del cielo, ma ci attira solo quella nuvola grigia.
Ci è offerta la felicità, ma non siamo in grado di allontanare l'inquietudine serrando gli occhi davanti al cambiamento per il timore di osare.
Ci riserviamo quella lacrima perchè levi quel vuoto, ma per quale ragione?
Quando ci regalano un sogno non svegliamoci troppo presto, abbracciamolo!
Non aspettiamo domani per comprendere che quel bivio bisogna volerla e conquistarla.
Il treno della vita intanto, sarà sfrecciato sfiorandoci, di quel crocevia lontano, rimarrà il ricordo per una scelta...
... o forse per un rimpianto!

domenica 21 agosto 2011

Sorridi...

Sorridi... anche se il tuo cuore soffre...
...sorridi, anche se c'è rottura.
Quando ci sono nuvole nel cielo supererai... se sorridi.
Attraverso la paura e il dolore... sorridi...
e forse domani vedrai il sole venirti incontro splendente... per te...
... illumina il tuo volto con gioia...
...nascondi ogni traccia di tristezza,
anche se una lacrima è tanto vicina,
questo è il periodo in cui devi continuare a tentare.
...sorridi, a che serve piangere?
Troverai che la vita vale sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi.
Questo è il momento nel quale devi insistere...
... sorridi, che senso ha piangere?
Troverai che la vita val sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi!

lunedì 15 agosto 2011

Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

Paul Gauguin, famoso pittore francese del XIX secolo, ad un certo punto della sua esistenza lasciò l'Europa per andare a cercare un "paradiso di felicità" in un'isola del Pacifico meridionale, come dice la sua biografia, egli desiderava trovare riparo dai dannosi effetti della civiltà. L'artista, col tempo, dovette riconoscere che anche sulle isole tropicali la morte aveva sempre la meglio sulla vita, che i problemi economici si erano trasferiti insieme a lui dalla Francia accompagnati dai suoi problemi di salute. Quando arrivò a queste deludenti conclusioni dipinse un quadro che intitolò "Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?", con il quale l'artista cercò di esprimere la sua incapacità di comprendere il mondo.
La maggioranza dei cristiani sa che le risposte agli interrogativi sulla vita formulate da Gauguin nei suoi dipinti, e da altri prima e dopo di lui, si trovano nella Bibbia. Essa insegna che indipendentemente da dove, nel Pacifico o in qualsiasi altro luogo, è solo vivendo in armonia con il nostro creatore che possiamo trovare vera felicità. Ma cosa accade quando forti convinzioni di fede e di tradizione, radicate profondamente nel cuore della gente umile sono messe in dubbio da scienziati e studiosi? Se alla domanda "Da dove veniamo?", non potessimo più rispondere "Da Dio, il nostro creatore", ma fossimo persuasi a rispondere "dalle scimmie", come risponderemmo alle domande successive "Che cosa siamo e dove andiamo?". Di certo è molto importante avere le idee chiare su questo argomento: "Come ha avuto origine la vita, per evoluzione o per creazione?".
"Evoluzione è sinonimo di trasformazione, e la base dell'evoluzione è la trasmissione ereditaria dei caratteri, in altre parole, il fatto che tale trasmissione può subire mutazioni casuali per l'interazione con l'ambiente; sono queste mutazioni casuali che possono aprire nuove linee evolutive per la specie", questa è la definizione apparentemente semplice che l'Enciclopedia multimediale dà all'evoluzione.
Il famoso naturalista Charles Robert Darwin afferma che tutti gli esseri viventi deriverebbero da organismi antenati comuni, a loro volta evolutisi da cellule primordiali. Esistono varie teorie a riguardo, ma il Darwinismo punta sulla selezione naturale come conseguenza di una lotta per la vita. Stando a tale teoria, tutti gli organismi derivano da uno stesso gruppo di organismi originari. A parere di Darwin per lunghi periodi, i membri di una stessa specie non si modificano, ma sporadicamente compaiono individui diversi che possono dar luogo ad una nuova specie che rimpiazza la precedente o vive insieme con essa. Il processo avviene per una mutazione nel patrimonio genetico. Le mutazioni sono casuali e inevitabili. Alcune producono individui malati o inferiori, altre individui più adatti dei precedenti all'ambiente naturale. Darwin definì selezione naturale quell'insieme di processi che fa sopravvivere solo gli individui più adatti. Mutazioni casuali e selezione naturale producono quindi l'evoluzione. Nonostante Darwin sia vissuto all'inizio del 1800, le sue teorie sono fonti di attualissime discussioni. Nel 68° numero di "Quark", un articolo, intitolato "L'evoluzione, quella legge che spiega ogni cosa", dopo aver parlato della visione scientifica darwiniana, secondo la quale la vita ha avuto origine dalla casualità, afferma che lo spirito darwiniano non è un atteggiamento antireligioso o ateo e non sostiene che Dio esiste o no esiste (...); chi ha questo principio s'ispira; vuole provare a capire il mondo che ci circonda con la forza della ragione, indipendentemente da forze animiste o magiche o comunque sovrannaturali. Forse chi ha scritto questo articolo desiderava creare un punto comune con chi crede nel Creatore, ma probabilmente ha trascurato la possibilità di poter, con queste parole, turbare la loro sensibilità.
Come potrebbe coincidere l'esistenza di Dio con la teoria evoluzionistica di Darwin?
Questo porterebbe portare a pensare che l'uomo e la donna sono venuti all'esistenza sulla terra per merito di un'innumerevole serie di improbabili e complesse casualità e che da qualche parte in cielo c'è un Dio, creatosi anch'esso per caso, a cui l'uomo non deve nulla. Molto probabilmente non sarà il metodo scientifico basato sull'osservazione e la verifica sperimentale ad affermare con certezza che siamo stati creati da Dio, ma possiamo avere altri tipi di prove. Nel periodo in cui visse Darwin la maggior parte delle persone, era stata contagiata dalle idee positiviste, perciò le idee religiose potevano essere considerate leggittime, ma non appartenevano alla vera conoscenza in quanto non scientifiche. La storia c'insegna che questa corrente ideologica si banalizzò presto per la sua fiducia un pò troppo ingenua nel progresso. Oggi fortunatamente, esistono degli scienziati credenti come Marco Bersanelli che nel suo articolo dell'1/9/2006 intitolato "L'arco della domanda. Creazione ed evoluzione" afferma: "La ragione umana è più grande della ragione scientifica, ed è alla ragione umana nella sua interezza che è affidata la possibilità di riconoscere il creatore dal segno della creatura. Dio ha preferito non imporsi all'uomo con il vincolo di una dimostrazione, ma ha voluto sottoporsi al rischio del riconoscimento da parte di una creatura libera".
Alcuni fisici credono che Dio potrebbe aver prodotto direttamente i vari elementi chimici che compongono il nostro pianeta, altre teorie scientifiche ipotizzano che la terra potrebbe essere formata da materie espulse durante l'esplosione di una stella, qualsiasi sia il modo con cui Dio abbia creato la terra e l'essere umano, l'elemento fondamentale per rispondere alle restanti domande "che cosa siamo e dove andiamo?" è l'amore che Egli prova per noi. Noi siamo l'espressione del Suo amore e l'incontro tra fede e ragione sta nel fatto che Dio, nostro creatore, ha posizionato il sole alla giusta distanza dalla terra affinchè noi ci riscaldassimo senza bruciarci. Sta a noi ora identificare il sole come una semplice stella con le sue leggi e definizioni scientifiche o come un dono di Dio, ma certo non possiamo affermare che sia venuto all'esistenza per caso.

martedì 12 luglio 2011

Un anno insieme

Oggi, in questo giorno particolare, vorrei parlarvi di un cartone che mi ha dato ispirazione all'introduzione di qesto post e parlare del primo anno insieme con il mio blog.
Avete mai visto Kungu fu Panda?
Vi è piaciuto?
Sono sempre convinta che i cartoni di vecchia data siano i migliori, ma alcuni dei tempi attuali danno l'idea di regalare perle di saggezza.
Nei cartoni attuali non c'è più la strega cattiva che è solo cattiva, oggi c'è il cattivo di cui conosciamo il passato e l'evoluzione psicologica. Oggi non c'è più il principe azzurro, ma un essere vicino alla realtà.
Kungu fu Panda riprende la realtà e la tartaruga saggia gli fa da coach.
Ecco una delle parti che mi è piaciuto di più del cartone animato.
Sarà per deformazione professionale...
"Vedo che hai trovato il sacro pesco della celestiale saggezza"
dice il saggio.
Il Panda lo guarda e in effetti ha la bocca piena.
"Capisco tu mangi quando sei sconvolto".
Il Panda nega e non vuole raccontargli che è sconvolto e che oggi ha fatto schifo e che forse dovrebbe ritornare a fare spaghetti...
Forse dovrebbe "mollare"...
"Mollare o non mollare. Spaghetti o non spaghetti".
"Ti preoccupi troppo di ciò che ERA e di ciò che SARA'.
C'è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi...
...oggi è un Dono, ecco perchè si chiama presente!".
(Maestro Hoogwai)
E quì si conclude la parte del coach tartaruga.
Hai notato come il Panda è concentrato? Come la tartaruga, anche se il Panda nega, prosegue con un tono dolce è rassicurante? Insomma, come la tartaruga (e il suo disegnatore, naturalmente) calibrano i tempi e i movimenti, come ho sempre cercato di fare con il mio blog.
Penso che è nell'oggi che bisogna vivere, e costruire giorno dopo giorno quel mistero che è il nostro futuro. Se non si sceglie di sentirsi bene in questo momento, come si può creare momenti futuri che siano prosperi e lieti?
Carissimo blog,
un anno è passato dalla tua creazione.
Grazie a te ho detto tante cose e molte ne ho ancora da dire.
Insieme abbiamo passato momenti belli e brutti. Pieni di ricordi. Sei sempre stato il mio diario virtuale. Insieme siamo cresciuti, abbiamo riso, scherzato e pianto insieme.
Un anno con te è volato via come un sospiro, un soffio d'aria, passato su dei petali sbocciati a primavera, dove di profumo s'inebria il mio respiro, e dei sogni hai fatto mondi di colori, come ali di farfalla in un mattino, quando raggi di sole legano silenzi, perchè un pulsar del cuore sia la serenata nel cammino.

domenica 19 giugno 2011

Il male di vivere

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, la nuvola, e il falco alto levato.
E.Montale, Ossi di Seppia, 1925
E' difficile, percorrendo velocemente il fiume della nostra letteratura, trovare un momento più preciso, uniforme nella propia diversità e corale come quello in cui i Poeti italiani del Novecento si sono incontrati sotto una categoria che, attingendo dalla famosa poesia di Montale, è stata definita il "male di vivere".
I poeti non vivono le loro esperienze da soli, anche se così può sembrare, sono espressioni dell'umanità che vive insieme a loro, sentono con più precisione e drammacità a volte, ma spesso con maggiore lucidità, quello che sentiamo noi. Vivono, capiscono, e attraverso la forma artistica esprimono quello che noi uomini ancora non ci accorgiamo di provare e di vivere. Per questo li leggiamo e per questo i più grandi fra loro rimangono fermi nella memoria storica e nel cuore dei singoli con parole che segnano.
Il cavallo "stramazzato" di Montale è forse l'emblema più chiaro di questo dolore cattivo, che giunge ineluttabile come la morte, ma con un di più di crudeltà che è dato dal fatto che nessuno l'ha ucciso, ma la vita stessa, con la stanchezza che si trascina, l'ha privato della sua forza, come la foglia inaridita che cede senza capire perchè ha un destino incomprensibile di annientamento.
Questo potrebbe essere il "male di vivere" che follemente urla il protagonista del dipinto di Munch, simbolo di quando l'uomo smette di cercare di razionalizzare e di accettare, fintamente, che sia normale che il nostro io svanisca nella polvere del tempo come una foglia che contribuisce ad alimentare il ciclo della vita.
Cos'è il dolore quando lo si può ragionevolmente sopportare? Come può essere un bene che la foglia inaridisca, come si può sentire che quello che passa è perduto per sempre?
Il dolore lo si può vivere se c'è un senso, e il male di vivere è solo tristezza buona se c'è la consapevolezza profonda che niente passa mai e che tutto ha un significato preciso. La tristezza che è nostalgia, cede il passo alla certezza piena di speranza se la vita è un cammino verso una meta e non uno scorrere impedito del destino cattivo.
I poeti del Novecento hanno sofferto di questo Destino buono segnato dalla storia e dalla cultura occidentale che ha prodotto menti intelligenti e disperate che ci hanno detto cosa davvero stavamo vivendo senza accorgecene.

martedì 17 maggio 2011

Cassetta degli attrezzi

Che cos'è la favola
Le Favole sono narrazioni, per lo più di breve estensione, che hanno per protagonisti gli animali. A prima vista appaiono molto simili alle fiabe dato che, come le fiabe, raccontano una storia di fantasia, con sviluppo lineare e di grande lettura. Tuttavia le favole si caratterizzano per alcuni aspetti fondamentali.
  • In primo luogo, esse sono create da un determinato autore come prodotti letterari: sono nate, infatti, come testi scritti, vengono tramandati tramite la scrittura e sono destinate fruite mediante la lettura. Le fiabe, al contrario, nascono in una cultura orale e popolare, si diffondono e si tramandano oralmente, subendo anche modifiche o ampliamenti, sino a quando, eventualmente, vengano fissate nella scrittura da qualche letterato.
  • Inoltre, l'autore che compone le favole ha come scopo non quello di produrre narrazioni piacevoli, finalizzate al diletto degli ascoltatori o dei lettori, o di illustrare abitudini e costumi degli animali ma di evidenziare e colpire i comportamenti morali e sociali degli esseri umani. A questo fine, ogni storia vede per protagonisti quegli animali che meglio degli altri sono adatti a incarnare un difetto o una qualità, un vizio, un comportamento umano. Ad esempio, la volpe è il personaggio che simboleggia l'astuzia, il leone simboleggia la forza o la potenza, il corvo incarna la vanità e la stupidità, l'agnello simboleggia l'innocenza e spesso diventa vittima dei prepotenti, il lupo simboleggia la voracità da soddisfare anche con la violenza, il cane rappresenta la cieca fedeltà all'uomo, il bue la mitezza un pò stupida, la formica è per l'eccellenza il simbolo dell'economia, la cicala è il simbolo della della spensieratezza e della mancanza di previdenza, l'aquila rappresenta la capacità di sopraffare i deboli grazie ad una reale superiorità, e così via.
  • Sulla base delle caratteristiche dei singoli animali vengono istituiti anche i tipi di rapporti tra loro: in una favola si incontrano solitamente due personaggi dei quali il primo, che rappresenta l'aspetto negativo da condannare, si confronta con un altro, di caratteristiche opposte, che ha la funzione di fare emergere la negatività e talvolta la punizione del primo. Ad esempio, il mite ed innocente agnello viene sbranato dal famelico lupo, ma insieme dimostra la malvagità di quello, contro cui non esiste un'efficace difesa; la cicala, spensierata durante l'estate, arrivato l'inverno chiede inutilmente da mangiare alla prudente ed economica formica, della quale aveva deriso il lavoro durante l'estate; il leone si accorda con il lupo per catturare una preda, ma poi non la spartisce con lui e anzi lo minaccia con il suo prestigio da re della foresta.
  • In ogni favola l'animale che rappresenta il difetto da colpire e condannare finisce sempre punito, o perchè resta deluso nelle sue aspettative, o perchè va incontro a una sofferenza e talvolta alla morte. In questo modo si dimostra che ad una colpa segue sempre la punizione. L'autore delle favole, dunque, ha sostanzialmente un intento morale ed insegnamento.
  • Tutte le favole, infatti, contengono, solitamente alla fine e talvolta all'inizio, una morale, cioè il commento dell'autore, il quale dichiara ai lettori in modo esplicito qual è il difetto o il comportamento da evitare e condannare.
  • Le favole, dato che utilizzano, diffondendo e talvolta istituiscono l'associazione tra un animale e una specifica caratteristica, hanno contribuito a creare una serie di luoghi comuni e opinioni, talvolta anche errate, su taluni animali; queste opinioni e questi luoghi comuni si sono, tuttavia, fissati e tramandati nella mentalità e nelle culture, venendo a costituire gli stereotipi.

Il genere della favola è molto antico. Nella cultura occidentale troviamo le prime brevissime favole nei più antichi poemi greci di Omero ed Esiodo, dove esse sono inserite come brevi digressioni all'interno di un altro genere: il poema. Il primo e vero compositore di favole è Esodo, che ha fatto da modello per molti scrittori. Nel mondo romano le favole erano certamente diffuse; famoso è rimasto l'Apologo (una vera favola) che Menenio Agrippa (All'inizio del V sec. a.C.) raccontò ai plebei per convincerli ad interrompere il loro "sciopero" contro i nobili: quando gli arti del corpo "sciopereranno" contro lo stomaco rifiutando di portargi il cibo, si accorsero di indebbolirsi anch'essi e decisero di riprendere il loro lavoro.

Nel I sec d.C. Fedro compose un ampio volume di favole in versi, per le quali ebbe come modello Esopo, utilizzando come personaggi esemplari e simbolici sia gli animali che gli esseri umani.

Nei secoli successivi, e soprattutto nel Medioevo, la favola ha mantenuto la sua vitalità nella cultura europea, grazie alla sua capacità di consentire un insegnamento morale mediante storie gradevoli e apparentemente di facile comprensione. Una produzione particolarmente ricca di favole vi fu nel Settecento, in cui emergono specialmente G.E. Ledding in Germania e La Fontaine in Francia. La cultura del Romanticismo non coltivò la favola, sentita come troppo semplice e didascalica; il genere è stato ripreso nel Novecento da Trilussa, pseudonimo di Carlo Salustri, le cui favole in dialetto romanesco si avvicinano alla concezione della favola antica per lo spirito di critica pungente di vari aspetti della vita sociale.

martedì 3 maggio 2011

Cos'è l'amore

Le foto degli abiti da sposa sono realizzati da:
Giorno da Fiaba
alta moda sposa
di Rosa Annicchiarico
via Ennio, 154/B
cell. 3406165483
74023 Grottaglie
Un volto, dipinto dalle luci dell'amore, illumina il paradiso, e il sorriso di Dio si estende a benedire le mani fatate di chi lavora per far felice l'amore.
L'amore è stato da sempre il sentimento maggiormente decantato dai poeti di ogni epoca. Ovviamente ciascuno di loro ne ha parlato in maniera differente secondo quella che è stata la propia esperienza amorosa. La particolarità che accomuna tutti loro pur essendo lontani gli uni dagli altri nel tempo e nello spazio è l'aver scritto poesie che non lodassero esclusivamente la bellezza dell'amore, ma rappresentassero l'ambiguo rapporto tra i due amanti che avvolte era dominato dalla passione travolgente, altre dalle dolcezze amorose ed altre ancora dall'odio per un tradimento o per l'amore non corrisposto.
Già Catullo nel suo "Odi et amo" evidenziava la contraddizione che viveva nel suo animo, in pochissime righe è riuscito a sintetizzarci il suo stato d'animo, una condizione che neanche lui riusciva a spiegarsi ma che lo tormentava profondamente.
Amare e odiare contemporaneamente una persona, può sembrare strano, ma non impossibile. Catullo amava profondamente Lesbia, per lei provava una forte attrazione dal punto di vista passionale, ma a lui questo non bastava. ciò che provava per Lesbia avvolgeva tutto il significato del verbo amare.
Il suo non era un "amore da fanciullo", ma un amore sancito da un "patto d'amore". Che non si limitasse all'amore, inteso in maniera sensuale, ma anche al volere bene, indicando il desiderio di un sentimento più complesso, fatto di stima, di amicizia, di affetto e di tenerezza. Ma il sentimento di Lesbia non aveva lo stesso valore. Per lei Catullo è stata una delle tante avventure, un amante che le ha lasciato dei bei ricordi, ma che poco dopo è divenuto monotono, non trasmettendole più quelle passioni di cui sentiva il bisogno.
Di conseguenza, ferito dalla rottura del loro amore, Catullo non può far altro che detestare quella donna che gli ha fatto impazzire il cervello, facendo sì che egli non potesse più volerle bene come un tempo, ma neppure cessare di amarla.
L'amore è un sentimento totalizzante che quando ti prende non ti concede più l'opportunità di liberartene. Catullo cercherà di convincersi che questo amore è finito, ma non potrà fare a meno di ricordare i bei momenti passati insieme e di domandarsi con chi adesso la sua amata passerà quei giorni pieni d'amore. Ma saranno inutili. Egli la amerà per sempre, anche se questo amore resterà inappagato.
Altro poeta che incarna questo sentimento passionale è Petrarca. la sua vita sarà sempre in bilico tra il vaneggiare dietro l'oggetto della sua passione amorosa, ossia Laura, e l'irresistibile passione che ella esercita su di lui. Ma a differenza di Catullo, quello del Petrarca sarà un amore inappagato e ciò provoca in lui sofferenza e condanna ad una vita di infelicità. Anche in questo caso Petrarca traduce questo sentimento in una duplice visione della donna, che sarà alla base di tutto il "Canzoniere".
Infatti, l'intera opera può essere suddivisa in rime in vita di madonna Laura, in cui la donna appare austera e fredda nei confronti del poeta, e rime in morte di madonna Laura, dove invece si dimostra comprensiva e compassionevole verso Petrarca, consapevole ormai del fatto che il loro amore non potrà più trovare compimento.
Il suo animo contraddittorio viene mostrato in maniera molto evidente nei due sonetti "Benedetto sì il giorno il mese e l'anno" e "Padre del ciel dopo i perduti giorni". Entrambi i componimenti sono ambientati il venerdì santo, giorno in cui il poeta incontrò per la prima volta Laura.
Nel primo Petrarca benedice tutto ciò che è legato all'amore nutrito per Laura: il primo giorno ed il luogo in cui si incontrarono, gli affanni procuratigli da quando Amore li ha congiunti, tutti i componimenti scritti per lei.
Il secondo è una preghiera che rivolge al Padre del cielo, chiedendogli perdono per aver pensato a Laura invece che a lui nel giorno in cui si dovrebbe commemorare il suo sacrificio per l'umanità intera. Di conseguenza tutto ciò che prima era benedetto ora diventa oggetto di accusa e di pentimento, nella speranza di un futuro migliore e del perdono del suo Signore: "miserere del mio affanno".
Da quanto analizzato potrebbe sorgere l'idea che l'amore sia un attimo di gioia per una vita di sofferenza, delusione, tradimento. Io credo che per l'amore possa essere applicato lo stesso concetto che Socrate adottava per spiegare l'idea del bene: chi veramente comprende il significato del bene non può far altro che applicarlo, perchè la sua forza è tale da non consentire che possa essere attuata alcuna azione malvagia da quella stessa persona. La stessa cosa vale per l'amore: chi veramente lo trova non potrà averne altro che gioie e momenti di serenità, e nel momento delle incomprensioni, i due amanti riusciranno a trovare una soluzione grazie al legame indissolubile che Amore ha creato per loro.

domenica 24 aprile 2011

Cristo è veramente Risorto, Alleluja!

Il Signore Risorto entra attraverso le porte chiuse del nostro cuore,

ci porta la sua pace e getta un Ponte tra il cielo e la terra.

Egli discende su questo ponte fino a noi perchè noi possiamo salire fino a lui.

Buona Pasqua in Gesù Risorto!

venerdì 15 aprile 2011

Sull'amicizia e altro...

E se un giorno fossimo persi, con una folla di preoccupazioni e incombenze in mente e una folla reale di gente sconosciuta intorno a noi che va di fretta con negli occhi le stesse ansie e pensieri e, improvvisamente, ci sentissimo schiacciati e soli? E se fra lo scorrere di volti ignoti vedessimo dei lineamenti amati, che riconoscendoci si illuminano, non ritroveremmo forse noi stessi, il nostro sorriso e il senso del nostro stare a questo mondo? O così potrebbe sembrarci, anche solo per un attimo. Ma quell’attimo dice molto, più di molte altre e più razionali definizioni di noi. Essere riconosciuti e amati da un altro al di fuori di noi che ci restituisce col suo sguardo i confini del nostro io, che sia questo un amico o un amore non è forse fra le cose che ci riconfermano che vale la pena di essere vissuto questo nostro viaggio nel tempo del mondo?

Questa sensazione, questo sentimento, questa certezza, questo desiderio trovano spesso un posto nelle opere di numerosi artisti di tutti i tempi. Gli artisti pensano, provano, esprimono meglio di noi quello che anche noi sentiamo e ce ne fanno ritrovare coscienza. E l’amicizia, quella vera, oppure anche solo i momenti veri delle amicizie normali fanno i nostri giorni più degni di essere vissuti. Come quel momento di concessione al sogno sorridente ed estatico che esprime Dante in quella specie di invocazione agli amici…”Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”. Vorrebbe, il serio autore della Divina Commedia, passare del tempo a chiacchierare, a godersi gli amici senza essere disturbato e a parlare dell’argomento migliore di cui parlare: l’amore, con belle ragazze, magari… Non è una meraviglia? Un desiderio così condivisibile che ci rende Dante più vicino e meno arcigno, perché è come noi.

E Renzo, nei Promessi Sposi? Incontra il suo amico, ad un certo punto, ed entrambi hanno visto cose “da levarvi l’allegria per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”. Già, cosa si può davvero fare per un amico, nel momento del dolore, se non stare lì con lui, che risposta può esserci a quei dolori non eliminabili se non uno sguardo che accoglie e un amore che condivide? Il dolore non va via, ma non si è soli, un po’ come Cristo ha fatto con noi. Già, la divina amicizia, che ha scelto di non intervenire con un gesto eclatante dall’alto, ma dal fianco dell’uomo, subendo gli stessi condizionamenti del potere e le stesse croci di delusione e tradimento.

Questa disposizione umana all’amicizia è come un sigillo posto “ab initio”, abbiamo bisogno di un “tu”, nella sofferenza come nella gioia. E allora l’affezione profonda, quella rispettosa dell’altro, dei suoi tempi e dei suoi modi dà gusto alle cose, “il grano, che è dorato, mi farà pensare a te – dice la volpe al piccolo principe di Saint Exupèry – e amerò il rumore del vento nel grano”. Il colore di un vestito ti fa pensare all’amica perché è il suo colore preferito, quella canzone dà un’altra commozione perché la suonava quell’altra amica. La realtà stessa, allora, acquista la profondità che solo l’amore le dà.

Intanto però il tempo scorre e spesso vela il nostro sguardo e la nostra fiducia; dice Guccini in “Canzone per Piero” “tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato: io appena giovane sono invecchiato tu forse giovane non sei stato mai. Ma d’illusioni non ne abbiamo avute o forse sì, ma nemmeno ricordo, tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno”. Ad un certo punto della vita sembra che i nostri compiti, le cose da fare, i figli da crescere ci distolgano dalle facce degli amici: come fossimo sfere che rotolano senza toccarsi eppure sfiorandosi, circoliamo intorno alle nostre cose e il tempo per chiacchierare e guardare il fondo delle nostre anime non c’è. E se ci si incontra si parla di niente, “Tutto cospira a tacere di noi – dice il poeta Reiner-Maria Rilke – un po’ come si tace un’onta, un po’ come si tace una speranza ineffabile” e le domande “chi sei”, “chi sono” e “che stai facendo della tua vita”, “cosa desideri veramente” rimangono in gola o in un recesso della mente, oppure si ha paura di formularle. Eppure non c’è possibilità di verità e bellezza per ognuno di noi se non lasciamo che un altro ci ridesti, se non lasciamo la porta aperta all’improvviso sopravvenire di qualcosa, qualcuno che tocchi il nostro cuore e ci riconduca al nostro desiderio di felicità, quel desiderio bambino, ribelle, eppure profondamente saggio, la parte più vera di noi, che non può essere nascosta per sempre…o forse sì e, se così fosse, saremmo come un pianeta spento, dal nucleo morto, roccia fredda che non spera niente.

Lo sguardo di qualcuno che ci vuole bene può riportarci a noi stessi, qualcuno che voglia il bene per noi – “non c’è amore più grande di colui che sacrifica la vita per i suoi amici” – un amico.

domenica 3 aprile 2011

"Fratelli d'Italia"


Mameli, eroe si, autore no!

Quando si ascolta l’inno nazionale italiano, almeno per chi italiano è, batte forte il cuore e un brivido su tutta la pelle del corpo si avverte per le emozioni che suscita, scaturite, forse dalle situazioni che in quel momento si stanno vivendo (ad esempio: la premiazione di un atleta, il giuramento di fedeltà alla patria da parte dei nostri militari). L’inno di una nazione è come il suo vessillo, il suo emblema, la sua carta d’identità. L’inno nazionale suscita spirito di abnegazione per la propria patria, di appartenenza al proprio popolo, ma soprattutto incita fratellanza. Ma chi è l’autore dell’inno nazionale italiano? Sicuramente per la maggior parte degli italiani la risposta sarebbe scontata e direbbero senz’altro che l’opera è di Goffredo Mameli, poeta e patriota nato a Genova nel 1827 e morto da eroe a Roma nel 1849, dopo un’agonia di diciotto giorni dovuta all’amputazione di una gamba andata in cancrena. Tanto è frequente definire come inno nazionale italiano “l’inno di Mameli”. Ma è proprio lui il padre dell’inno nazionale italiano? Ottavio Rossani nel suo articolo “Ma che Mameli, Fratelli d’Italia è l’inno di Canata” uscito il 24/12/2002 sul “Corriere della sera” sostiene che “l’inno di Mameli non è di Mameli, ma di un padre scolopio. Il giovane Goffredo ricopiò in bella […]un testo scritto nel 1846 da padre Atanasio Canata e lo inviò nel novembre 1847 all’amico Michele Novaro che lo mise in musica”. Ad avvalorare la sua tesi, scrive nel suo articolo di uno storico, Aldo Mola, che afferma : “lo scrittore non può aver scritto Fratelli d’Italia, il testo è troppo complesso, elaborato e pieno di riferimenti storici”. Sicuramente un giovane come Mameli non poteva avere tutte quelle conoscenze che probabilmente aveva Canata. Nello stesso articolo Ottavio Rossani scrive: “ c’è la testimonianza di padre Ameri. Lo stesso Mameli invia una lettera all’avvocato Giuseppe Canale, in cui mostra di padroneggiare poco la grammatica e la sintassi”. Quindi non era “farina del suo sacco”. Se Mameli fosse stato un nostro contemporaneo sicuramente avrebbe avuto richieste di risarcimento da parte di padre Canata, per aver violato i diritti d’autore e con buona probabilità avrebbe ricevuto un “ tapiro d’oro” da parte di quelli di “Striscia la notizia”. Ma “ padre Canata non protestò, per non sbugiardare l’eroe” afferma Rossano. Per quanto riguarda il componimento musicale è grazie a Michele Novaro che “Fratelli d’Italia” (inizialmente conosciuto come “ Canto degli Italiani”) è quell’inno così coinvolgente che tutti gli italiani amano e apprezzano. Ma molti si chiederanno: chi è costui? Nell’articolo “L’inno nazionale è soprattutto di Novaro, non soltanto di Mameli” l’autore afferma: “ colui che della musica dell’inno fu l’autore, Michele Novaro: chi sia egli, è vergognosamente trascurato anche dalle più piccole enciclopedie […] le quali ne omettono addirittura la voce “ Novaro Michele”. Quindi un perfetto sconosciuto per la maggior parte della gente, finito nel dimenticatoio e nell’ indifferenza. Una vera ingiustizia per chi dovrebbe avere gli onori e il merito di riuscire a mandare il “cuore in gola” agli italiani. Il merito di Mameli, quindi è solo quello di aver favorito la divulgazione dell’inno, grazie soprattutto alla sua fama di eroe del risorgimento, non certo per la sua onestà. Sarebbe però triste e umiliante pensare che la storia dell’inno d’Italia sia fondata sull’ omissione, sulla menzogna o peggio ancora sul furto. A questo punto, si potrebbe dire che il fine giustifica i mezzi, che Mameli, padre Canata e Novaro abbiano contribuito, ognuno a modo loro, a regalarci “L’Inno d’Italia” di cui gli italiani sono fieri ed orgogliosi.

sabato 19 marzo 2011



Mio dolce papà,
vorrei parlare di te, in questo spazio tutto mio. Vorrei parlare della tua bontà, e far conoscere alle persone che mi leggono, mi seguono, mi vogliono bene, l'amore che tu mi hai donato. Che mi hai insegnato a donare con facilità e felicità. So già che tutte le parole sono inutili per descrivere tale sentimento, fatto di gioia e che vive nelle cose piccole.
Ma... parliamo di te e da dove nasce questa forte forza. Parliamo dei tuoi occhi... i tuoi occhi, ... così piccoli, ma anche così grandi, ... così chiari, ma anche così scuri. Delle volte penso che il mare non può contenere tanta profondità e dientro quello specchio d'anima celano tanta fragilità.
Ricordi quando ero piccola? Ti dicevo sempre: "Da grande mi sposerò con te!" Ora, osservando il grigiore dei tuoi capelli, le linee del tuo viso rugose, le tue mani segnati dal tempo e dal lavoro, non posso fare altro che confermare questo mio desiderio.
Tu, primo amore della mia vita sono sempre stata la principessa del tuo regno, un piccolo castello dove alloggiano i miei sogni e che cerchi di realizzare.
Ricordi i miei primi passi? Mi insegnavi a camminare, ed io incerta inciampai. 'Come tutti i bambini', dirai. Ma non è così. Tu mi dicesti con dolcezza e calore: "Non preoccuparti... ci sono quì io". Si, ci sei tu a rialzarmi quando cado. Ci sei tu ad abbracciarmi quando sono triste e piango. E per la mia aria sognatrice e distratta non ti dico mai Grazie. Ma ora voglio farlo!
Grazie!
Grazie di avermi insegnato che in tutti gli uomini c'è sempre una luce.
Grazie di avermi insegnato che bisogna fare del bene, nonostante tutto.
Che siamo tutti umani e tutti possiamo sbagliare.
Mi hai insegnato a sorridere anche quando la gente è dura e ostile, di non preoccuparmi dei giudizi della gente e dei pregiudizi che possono sorgere per dei gesti o atteggiamenti assunti se fatti a buon fine.
"Sorridi, vivi, prega, ama, cogli l'occasione per essere felice. Nessuno ti dirà 'così è la vita', ma puoi scoprirla piano piano, giorno dopo giorno, ognuno ha un propio destino.
Dai un'opportunità. Sii umile. Ammetti gli errori. La verità è sempre la migliore soluzione anche se dura e timida. Piangi per un giorno di dolore, ma trova la forza per continuarne uno nuovo".
Ti voglio tanto bene.
Lux

martedì 8 marzo 2011

Donna
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni….
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un'altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c`e` in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!!!
Madre Teresa di Calcutta

Donne


La leggenda della fabbrica Cotton
In Italia è molto diffusa una storia che fa risalire l'origine della festa ad un grave incidente avvenuto negli Stati uniti, l'incendio dell'industria tessile Cotton. Questa storia è un falso storico accertato che fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, ma in Italia recentemente è stata riportata come la vera
origine della festa della donna dai telegiornali creando così una "leggenda".Secondo questa storia nel 1908 a New York, alcuni giorni prima dell'8 marzo, le operaie dell'industria tessile Cotton iniziarono a scioperare per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero proseguì per diversi giorni finché l'8 marzo Mr. Johnson, il proprietario della fabbrica, bloccò tutte le vie di uscita. Poi allo stabilimento venne appiccato il fuoco (alcune fonti parlano di un incendio accidentale). Le 129 operaie prigioniere all'interno non ebbero scampo.
Effettivamente non esiste alcun tipo di prova e documento che affermi l'esistenza di un fatto storico che confermi l'episodio delle oltre 129 donne bruciate vive in un incendio di una fabbrica dal proprietario perché le donne erano scese in sciopero.
Questa storia prende spunto da un reale fatto di cronaca, un incendio avvenuto nel 1911 (quindi dopo, e non prima della tradizionale data di nascita della festa, il 1910), a New York, nella Triangle Shirtwaist Company. Le lavoratrici non erano in sciopero, ma erano state protagoniste di una importante mobilitazione, durata quattro mesi, nel 1909. L'incendio, per quanto le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro abbiano contribuito non poco al disastro, non fu doloso. Le vittime furono oltre 140, ma non furono tutte donne, anche se per il tipo di fabbrica erano la maggior parte. I proprietari della fabbrica si chiamavano Max Blanck e Isaac Harris, vennero prosciolti nel processo penale ma persero una causa civile. Ma soprattutto l'8 Marzo non ha nulla a che fare né con lo sciopero (iniziò il 22 Novembre) né con l'incendio (avvenne il 25 Marzo).
La versione comunista fu riportata in Italia nel 1952 da "La lotta", settimanale edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano. L'Unione Donne Italiane distribuì nello stesso anno alle iscritte libretti con un resoconto dell'incendio di New York. Nel 1954 Il Lavoro, settimanale della Cgil aggiunse un fotomontaggio di Mr. Johnson con la bombetta che si fa largo tra la massa di donne tenute dalla polizia.

La Giornata Internazionale dell'Uomo
La Giornata Internazionale dell'Uomo è il 19 Novembre a Trinidad e Tobago.La tradizione iniziò nel 1999, probabilmente per analogia con la Giornata Internazionale della Donna.Il riconoscimento e il supporto per questa festa sono limitati; a Malta è celebrata il 7 febbraio, nel Brasile il 15 luglio, in Ucraina il 23 febbraio, in India il 19 novembre e in Oltenia (regione della Romania) il 9 marzo. In Norvegia il 7 ottobre e in Canada il 25 novembre.
Inoltre la Russia e il Kirghizistan festeggiano il Defender of the Fatherland Day il 23 febbraio, che in tempi recenti è praticamente diventata la versione della Giornata Internazionale dell'Uomo in questi paesi.
Save Indian Family, una importante associazione per i diritti degli uomini in India, ha iniziato una campagna per creare consenso sulla Giornata Internazionale dell'Uomo per il 19 novembre. Come primo passo ha accettato il 19 novembre per celebrare in India la festa dell'uomo.

Tratto dal web

domenica 6 marzo 2011

Sii allegro e divertente

Il divertimento è vitale per la felicità.
La gente che vuol essere sempre seria, profonda e viscerale è irritante.
La vita già è un caos perchè farne anche un trattato?
Lascia la serietà per le ore in cui è inevitabile: lutti, separazioni, dolori affini.
Nel quotidiano per l'amor di Dio sii allegro!
Ridi dei tuoi difetti e di chi trova difetti in te.
Ignora ciò che ha detto quello stupido del tuo capo.
Pensa così: chi deve portare quella brutta faccia, tutti i giorni, inseparabilmente, è lui... Povero lui.
Migliaia di matrimoni finiscono non per la mancanza d'amore, denaro, sesso, sincronia, ma per l'assenza di divertimento.
Tratta il tuo amore come il tuo migliore amico, e subito (-:
Chi ha detto che è bello dividere la vita con qualcuno che ha un consiglio per tutto, soluzioni sensate, ma non riesce a ridere quando inciampa?
Ha ha ha ha ha ha ha ha!
Qualcuno che sappia risolvere una crisi familiare, ma non ha la minima idea di come riempire le ore libere di un fine settimana?
Quanto tempo è che non vai al cinema?
Molti si sentono persi quando finiscono i problemi. E poi, cosa faranno se già non hanno nulla per cui disperarsi?
Dimenticheranno di divertirsi.
Non voglio con me qualcuno così.
Tu lo vuoi? Spero di no.
Tutto ciò che è più difficile e più piacevole, ma... la realtà già è dura; peggiora se è pesante e brutta.
Divertirsi è legale.
Hai capito?
Dimentica quelli che ti hanno detto di essere adulto, di non giocare con il mangiare, non dire parolacce, non essere immaturo, non piangere, non andare scalzo, di ripararti dalla pioggia.
Salta con la corda!
Gli adulti possono (e devono) raccontare storielle, passeggiare nel parco, ridere forte e leccare il coperchio dello yogurt.
Essere adulto non è perdere i piaceri della vita, "è questo l'unico 'NO' realmente accettabile".
Testa la teoria.
Una settimana per cominciare.
Vedi e senti le cose come se fossero ciò come realmente sono:
passeggere.
Alzati la mattina e decidi fra le due cose:
essere di cattivo umore e andare avanti così, o sorridere...
Va bene anche avere problemi nella testa, sorriso sulle labbra e pace nel cuore!
Allora lascia i problemi nelle mani di Dio e ora che ne pensi di prendere un gustoso thè?
"La vita è un dramma che non permette prove".
Per questo canta, piangi, danza e vivi intensamente prima che la tenda si chiuda.

lunedì 31 gennaio 2011

Il perdono

Desidero presentare l'amore a chi non lo conosce.

E' motivo di grande gioia per me poter condividere la mia entusiasmante "chiamata" alla vita dell'amore.
Prima di tutto rendo grazie a Dio per avermi donato un cuore di donna, un cuore caldo e inquieto, fatto per amare ed essere amato e ha separato per gli uomini questo mio cuore, circondandolo di un amore vasto e silenzioso, per renderlo terreno vergine affinchè la sua Parola che salva potesse penetrare nel più profondo del mio essere.
Mi ha parlato attraverso il profeta Osea, dicendomi:"La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore... Ti farò mia sposa per sempre... e tu conoscerai il Signore (Os. 2,14-20).
Ed eccomi quì, accanto a lui, a vivere la più stupenda storia d'amore... misteriosamente scelta da Dio, mio Sommo ed Unico Bene, chiamata a contemplare il suo volto, celata agli occhi del mondo, come creatura sprecata, amo e vengo amata.
Mentre parla al mio cuore nel silenzio delle mie emotività il mondo intero è dentro me, come bimbo che si desta dal sonno. E' una folla infinita di gente che in me gli tende le braccia e che io presento a lui sempre, in una incessante offerta che ha le dimensioni dell'universo!
Offro ogni istante della mia vita totalmente a lui come l'ostia del mio Signore che si lascia mangiare ogni giorno... viviamo l'amore di Dio. Mi chiama a seguirlo, io... povera e crocifissa... passo dopo passo, e a camminare sulle sue orme, lasciandomi afferrare nella totalità del mio essere dal suo amore.
Dinanzi a un così smisurato amore è vivissimo in me il bisogno di gridargli continuamente: Grazie. Grazie per avermi scelta e fatta innamorare di lui. Grazie, perchè ogni giorno m'insegna sempre più, in un mondo sempre nuovo, la bellezza è il gusto della vita. Gioia del mio cuore, riposo della mia anima, mi abbandono al suo abbraccio che guarisce e dona pace.
Grazie Dio, perchè hai realizzato pienamente la mia vita, riempendo di gioia vera questo mio povero cuore di donna fatto per amare ed essere amato!
E nel silenzio in cui lo possiede, lo rende una culla dove rinasce al suo amore.
Guardiamo con amore le mani di Gesù: queste stesse mani, inchiodate al legno della croce, hanno accolto e guarito, hanno portato consolazione e conforto. Ogni guarigione è possibile e ogni vita può ritrovare, in qualsiasi situazione, il suo vigore.
In un certo punto della mia vita sono chiamata a mettere in pratica quanto sono stata attenta ad ascoltare e a chiedermi, quindi, con timore della risposta: che tipo di cristiano sono io? Chiamato ad accettare che l'altro ha sbagliato verso di me, che mi ha ferito, anche profondamente... per accettarlo così come è.
Spesso ho letto e sentito: "Gesù ti ama come sei" ed è il Signore il nostro punto di riferimento, la nostra luce, che ci porta anche in braccio se gli consentiamo di farlo. Ma io, con tutte le mie povertà, le mie miserie, la mia difficoltà ad accettare l'errore mio come quello degli altri, riuscirò in tanto?
Perdonare, Amare quindi, e comunicare il mio disagio, la ferita all'altro che mi ha deluso, nella speranza che non accada più, che comprenda, perchè Amare... mi ricordo bene... vuol dire anche Non Uccidere...

Sono stata anch'io la tua pena, sono stata anch'io un ladrone, sono stata anch'io tra la folla a gridare contro l'adultera, ma non voglio discutere nessuna condanna. Sicuramente non meritiamo il dolore... chi può meritarlo?
Ma non mi ribello, non mi ribello più.
In poco tempo ho compreso molte cose. Mi sentivo disgustata e senza dimora, ma, alla fine, non rifiuto questa condizione.
Siamo uomini liberi e soprattutto umani e possiamo essere superiori a chi ci ha fatto soffrire.
Non ti sei difeso, però mi hai detto parole che mi hanno confortato, che mi hanno scaldato il cuore, come se mia madre fosse venuta ad abbracciarmi: mi hai detto la verità.

domenica 16 gennaio 2011

Una risposta all'amore

(…) I due astri più belli del firmamento, chiamati ad illuminare altri mondi, pregarono gli occhi di lei di assumere il loro posto. Se le stelle si fossero sostituite ai suoi occhi, e i suoi occhi prendessero il posto di quelle, lo splendore delle sue gote farebbe impallidire quegli astri. Come la luce del giorno offusca il chiarore di una lampada.
Questo passo tratto da “Romeo e Giulietta” di Shakespeare indica come la donna sia protagonista dell’amore. Cosa può suscitare la bellezza e la delicatezza di una donna ad un uomo? Ma cos’è l’amore?
Grandi poeti hanno cercato di spiegare questo sentimento che adorna la vita, la riempie, essendo così essenza vitale.
Il poeta ha un animo sensibile e noi uomini siamo fatti di desiderio, siamo fatti di domande, e mai una risposta è sufficiente per l’anima.
Alla domanda: Beatrice o Laura non si può arrivare ad una conclusione affrettata, ma bisogna fare uno studio appropriato sulle tracce lasciate da queste donne a uomini che hanno rapito il cuore, e, ansimando per loro, si avviavano verso strade diverse. Sono Laura e Beatrice che hanno ispirato la poesia a due Grandi: Dante e Petrarca.
Se con Dante si ammira Beatrice, non si può amare Laura con l’amore di Petrarca. C’è una differenza. Per Dante la donna è un viaggio verso la salvezza. Per Petrarca, invece, è l’inizio di una perdita spirituale.
La donna di Dante vive come creatura spirituale che suscita ammirato stupore. Questa “angiola giovanissima”, nella Vita Nuova, si riveste di significati allegorici e mistici, che la sollevano concettualmente come “donna angelicata” coinvolgendo Dante in un cammino spirituale verso la salvezza e la perfezione che segna il passaggio di una vita profondamente rinnovata.
Nel sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, della Vita Nuova”, delinea una donna lodata per la sua bellezza che passa per via, che al saluto crea un’atmosfera mistica di onestà e soavità. I suoi tratti fisici acquistarono un significato spirituale, indicano un miracolo mostrato dal cielo.
Il compito salvifico della Beatrice terrena prelude a quella della Beatrice teologale che, nell’aldilà, si fa simbolo della scienza divina senza mai venir meno alla sua femminilità: corre in soccorso di Dante, quando egli si trova nella “selva selvaggia” e “oscura”, invocando Virgilio con amorosa e umana sollecitudine; gli appare austera, alla sommità del Purgatorio e lo rimprovera per il suo traviamento; poi diventa sua guida amorosa attraverso i cieli del Paradiso, in un’ascesa intellettuale, morale e religiosa che si conclude con la visione di Dio.
Dante con Beatrice è riuscito poeticamente a divinizzare l’umano nella Vita Nuova e a temperare il divino nella Commedia. Oltre l’eternità sopravvive “lo suo mirabile riso” (Vn.XXI,8) che lo aveva innamorato durante la vita: Beatrice, pur trasfigurata nella gloria della Beatitudine, è sempre stilnovisticamente ella e ridente” (Pd.XIV,79) pronta a vincerlo “col lume d’un sorriso” (Pd.XVIII,19).
Dante nella sua ascesa dal Purgatorio al Paradiso, narra nel primo canto, che tornato nell’Enoè, vede Beatrice volta a sinistra a fissare il sole. Anch’egli fa altrettanto e, riuscendo a sfrigolarvi gli occhi, scorge una grande luce. Tornato con lo sguardo a Beatrice si sente trasudare; pur non accorgendosene, sta salendo con la sua donna verso il cielo; solo da un fatto nuovo è colpito: una dolce armonia e una straordinaria luminosità.
La novità della dolce armonia e della grande luminosità suscita in Dante il desiderio di conoscerne le ragioni, poiché egli crede ancora di essere sulla terra. Beatrice che legge il dubbio nella mente di Dante, senza essere interrogata, gli spiega che essi stanno salendo velocissimamente verso il cielo.
Sorge in Dante un dubbio: come mai egli, corpo pesante, possa trascendere? Ne chiede la ragione a Beatrice e questa gli spiega come tutte le cose siano ordinate e dirette al proprio fine, per raggiungere una forza speciale, l’istinto dà loro l’impulso. Il fine dell’uomo è Dio, da cui però la creatura può, ingannata da beni fallaci, deviare volontariamente. Ma Dante è purificato (battezzato al fiume in purgatorio) e libero da ogni legame terreno, e per questa forza naturale tende verso Dio: ci sarebbe invece da meravigliarsi se in tale rinnovellata condizione fosse rimasto sulla terra, come se la fiamma viva non tendesse in alto verso la propria sfera.
Beatrice sorprende Dante con la sua presenza, lo fa vergognare delle sue distrazioni e dice di risentire i “segni dell’antica fiamma”. E’ la vista di Beatrice, nel finire della commedia che da commozione durante la lettura.
Altro che “giovanile errore” di Petrarca.
Il “Canzoniere” è il racconto di un itinerario del poeta in cui Laura non è nemmeno citata. Laura è descritta come bellezza terrena, oggetto di adorazione estatica, ma di palpitante desiderio. E’ rielaborata in modo nuovo. La sua immagine non contiene significati o riferimenti morali o religiosi.
Nella lirica “Chiare e fresche et dolci acque” sembra proprio di vedere un corso d’acqua che scorre, che vicino ad essa va a sedersi una donna che il poeta è innamorato. Riproponendo il motivo stilnovistico della donna intermediario tra la terra e il divino, egli, nella terza strofa, immagina Laura, commossa per la sua morte, che ottiene da Dio il perdono dinnanzi alla sua tomba.
Due figure diverse tra loro: Beatrice condusse Dante in seno a Dio, Laura deviò Petrarca dalla retta strada.

Una donna dovrà sempre condurre l’uomo verso la salvezza (Beatrice), da quale la vera bellezza è quella spirituale e mistica dell’intelletto e non quella profana dell’ esteriore (Laura).

sabato 1 gennaio 2011

Buoni propositi per il nuovo anno

Cosa posso avere per il nuovo anno?
Sinceramente la vita mi va bene così, perchè l'anno 2010 non è stato per niente cattivo, anzi: non potevo chiedere di più dalla vita!
Il mio grande amore mi ama più che mai e mi ha chiesto di sposarlo;
ho ottenuto un lavoro bellissimo, che adoro ogni giorno che passa;
Dio mi ha dato la forza di superare un grande dolore;
vedo la felicità camminare accanto a me ogni giorno;
mio fratello e i miei genitori mi amano più che mai;
ho fatto la conoscenza di nuove amicizie sincere e affettuose;
a i miei amici piaccio così come sono;
non ho perso mai il sorriso sul mio viso e davanti ai miei occhi ho visto solo bene;
ho pubblicato questo blog e pare che alla gente piace;
ho chiesto a Dio di non abbandonarmi e lui non lo ha fatto. Gli ho chiesto di non togliermi mai la gioia, di caricarmi di comprensione, che molto spesso mi manca. Di non essere egoista e soprattutto di essere sempre 'genuina', il pregio e il motivo di Antonio: per questo si è innamorato di me!