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martedì 17 maggio 2011

Cassetta degli attrezzi

Che cos'è la favola
Le Favole sono narrazioni, per lo più di breve estensione, che hanno per protagonisti gli animali. A prima vista appaiono molto simili alle fiabe dato che, come le fiabe, raccontano una storia di fantasia, con sviluppo lineare e di grande lettura. Tuttavia le favole si caratterizzano per alcuni aspetti fondamentali.
  • In primo luogo, esse sono create da un determinato autore come prodotti letterari: sono nate, infatti, come testi scritti, vengono tramandati tramite la scrittura e sono destinate fruite mediante la lettura. Le fiabe, al contrario, nascono in una cultura orale e popolare, si diffondono e si tramandano oralmente, subendo anche modifiche o ampliamenti, sino a quando, eventualmente, vengano fissate nella scrittura da qualche letterato.
  • Inoltre, l'autore che compone le favole ha come scopo non quello di produrre narrazioni piacevoli, finalizzate al diletto degli ascoltatori o dei lettori, o di illustrare abitudini e costumi degli animali ma di evidenziare e colpire i comportamenti morali e sociali degli esseri umani. A questo fine, ogni storia vede per protagonisti quegli animali che meglio degli altri sono adatti a incarnare un difetto o una qualità, un vizio, un comportamento umano. Ad esempio, la volpe è il personaggio che simboleggia l'astuzia, il leone simboleggia la forza o la potenza, il corvo incarna la vanità e la stupidità, l'agnello simboleggia l'innocenza e spesso diventa vittima dei prepotenti, il lupo simboleggia la voracità da soddisfare anche con la violenza, il cane rappresenta la cieca fedeltà all'uomo, il bue la mitezza un pò stupida, la formica è per l'eccellenza il simbolo dell'economia, la cicala è il simbolo della della spensieratezza e della mancanza di previdenza, l'aquila rappresenta la capacità di sopraffare i deboli grazie ad una reale superiorità, e così via.
  • Sulla base delle caratteristiche dei singoli animali vengono istituiti anche i tipi di rapporti tra loro: in una favola si incontrano solitamente due personaggi dei quali il primo, che rappresenta l'aspetto negativo da condannare, si confronta con un altro, di caratteristiche opposte, che ha la funzione di fare emergere la negatività e talvolta la punizione del primo. Ad esempio, il mite ed innocente agnello viene sbranato dal famelico lupo, ma insieme dimostra la malvagità di quello, contro cui non esiste un'efficace difesa; la cicala, spensierata durante l'estate, arrivato l'inverno chiede inutilmente da mangiare alla prudente ed economica formica, della quale aveva deriso il lavoro durante l'estate; il leone si accorda con il lupo per catturare una preda, ma poi non la spartisce con lui e anzi lo minaccia con il suo prestigio da re della foresta.
  • In ogni favola l'animale che rappresenta il difetto da colpire e condannare finisce sempre punito, o perchè resta deluso nelle sue aspettative, o perchè va incontro a una sofferenza e talvolta alla morte. In questo modo si dimostra che ad una colpa segue sempre la punizione. L'autore delle favole, dunque, ha sostanzialmente un intento morale ed insegnamento.
  • Tutte le favole, infatti, contengono, solitamente alla fine e talvolta all'inizio, una morale, cioè il commento dell'autore, il quale dichiara ai lettori in modo esplicito qual è il difetto o il comportamento da evitare e condannare.
  • Le favole, dato che utilizzano, diffondendo e talvolta istituiscono l'associazione tra un animale e una specifica caratteristica, hanno contribuito a creare una serie di luoghi comuni e opinioni, talvolta anche errate, su taluni animali; queste opinioni e questi luoghi comuni si sono, tuttavia, fissati e tramandati nella mentalità e nelle culture, venendo a costituire gli stereotipi.

Il genere della favola è molto antico. Nella cultura occidentale troviamo le prime brevissime favole nei più antichi poemi greci di Omero ed Esiodo, dove esse sono inserite come brevi digressioni all'interno di un altro genere: il poema. Il primo e vero compositore di favole è Esodo, che ha fatto da modello per molti scrittori. Nel mondo romano le favole erano certamente diffuse; famoso è rimasto l'Apologo (una vera favola) che Menenio Agrippa (All'inizio del V sec. a.C.) raccontò ai plebei per convincerli ad interrompere il loro "sciopero" contro i nobili: quando gli arti del corpo "sciopereranno" contro lo stomaco rifiutando di portargi il cibo, si accorsero di indebbolirsi anch'essi e decisero di riprendere il loro lavoro.

Nel I sec d.C. Fedro compose un ampio volume di favole in versi, per le quali ebbe come modello Esopo, utilizzando come personaggi esemplari e simbolici sia gli animali che gli esseri umani.

Nei secoli successivi, e soprattutto nel Medioevo, la favola ha mantenuto la sua vitalità nella cultura europea, grazie alla sua capacità di consentire un insegnamento morale mediante storie gradevoli e apparentemente di facile comprensione. Una produzione particolarmente ricca di favole vi fu nel Settecento, in cui emergono specialmente G.E. Ledding in Germania e La Fontaine in Francia. La cultura del Romanticismo non coltivò la favola, sentita come troppo semplice e didascalica; il genere è stato ripreso nel Novecento da Trilussa, pseudonimo di Carlo Salustri, le cui favole in dialetto romanesco si avvicinano alla concezione della favola antica per lo spirito di critica pungente di vari aspetti della vita sociale.

martedì 3 maggio 2011

Cos'è l'amore

Le foto degli abiti da sposa sono realizzati da:
Giorno da Fiaba
alta moda sposa
di Rosa Annicchiarico
via Ennio, 154/B
cell. 3406165483
74023 Grottaglie
Un volto, dipinto dalle luci dell'amore, illumina il paradiso, e il sorriso di Dio si estende a benedire le mani fatate di chi lavora per far felice l'amore.
L'amore è stato da sempre il sentimento maggiormente decantato dai poeti di ogni epoca. Ovviamente ciascuno di loro ne ha parlato in maniera differente secondo quella che è stata la propia esperienza amorosa. La particolarità che accomuna tutti loro pur essendo lontani gli uni dagli altri nel tempo e nello spazio è l'aver scritto poesie che non lodassero esclusivamente la bellezza dell'amore, ma rappresentassero l'ambiguo rapporto tra i due amanti che avvolte era dominato dalla passione travolgente, altre dalle dolcezze amorose ed altre ancora dall'odio per un tradimento o per l'amore non corrisposto.
Già Catullo nel suo "Odi et amo" evidenziava la contraddizione che viveva nel suo animo, in pochissime righe è riuscito a sintetizzarci il suo stato d'animo, una condizione che neanche lui riusciva a spiegarsi ma che lo tormentava profondamente.
Amare e odiare contemporaneamente una persona, può sembrare strano, ma non impossibile. Catullo amava profondamente Lesbia, per lei provava una forte attrazione dal punto di vista passionale, ma a lui questo non bastava. ciò che provava per Lesbia avvolgeva tutto il significato del verbo amare.
Il suo non era un "amore da fanciullo", ma un amore sancito da un "patto d'amore". Che non si limitasse all'amore, inteso in maniera sensuale, ma anche al volere bene, indicando il desiderio di un sentimento più complesso, fatto di stima, di amicizia, di affetto e di tenerezza. Ma il sentimento di Lesbia non aveva lo stesso valore. Per lei Catullo è stata una delle tante avventure, un amante che le ha lasciato dei bei ricordi, ma che poco dopo è divenuto monotono, non trasmettendole più quelle passioni di cui sentiva il bisogno.
Di conseguenza, ferito dalla rottura del loro amore, Catullo non può far altro che detestare quella donna che gli ha fatto impazzire il cervello, facendo sì che egli non potesse più volerle bene come un tempo, ma neppure cessare di amarla.
L'amore è un sentimento totalizzante che quando ti prende non ti concede più l'opportunità di liberartene. Catullo cercherà di convincersi che questo amore è finito, ma non potrà fare a meno di ricordare i bei momenti passati insieme e di domandarsi con chi adesso la sua amata passerà quei giorni pieni d'amore. Ma saranno inutili. Egli la amerà per sempre, anche se questo amore resterà inappagato.
Altro poeta che incarna questo sentimento passionale è Petrarca. la sua vita sarà sempre in bilico tra il vaneggiare dietro l'oggetto della sua passione amorosa, ossia Laura, e l'irresistibile passione che ella esercita su di lui. Ma a differenza di Catullo, quello del Petrarca sarà un amore inappagato e ciò provoca in lui sofferenza e condanna ad una vita di infelicità. Anche in questo caso Petrarca traduce questo sentimento in una duplice visione della donna, che sarà alla base di tutto il "Canzoniere".
Infatti, l'intera opera può essere suddivisa in rime in vita di madonna Laura, in cui la donna appare austera e fredda nei confronti del poeta, e rime in morte di madonna Laura, dove invece si dimostra comprensiva e compassionevole verso Petrarca, consapevole ormai del fatto che il loro amore non potrà più trovare compimento.
Il suo animo contraddittorio viene mostrato in maniera molto evidente nei due sonetti "Benedetto sì il giorno il mese e l'anno" e "Padre del ciel dopo i perduti giorni". Entrambi i componimenti sono ambientati il venerdì santo, giorno in cui il poeta incontrò per la prima volta Laura.
Nel primo Petrarca benedice tutto ciò che è legato all'amore nutrito per Laura: il primo giorno ed il luogo in cui si incontrarono, gli affanni procuratigli da quando Amore li ha congiunti, tutti i componimenti scritti per lei.
Il secondo è una preghiera che rivolge al Padre del cielo, chiedendogli perdono per aver pensato a Laura invece che a lui nel giorno in cui si dovrebbe commemorare il suo sacrificio per l'umanità intera. Di conseguenza tutto ciò che prima era benedetto ora diventa oggetto di accusa e di pentimento, nella speranza di un futuro migliore e del perdono del suo Signore: "miserere del mio affanno".
Da quanto analizzato potrebbe sorgere l'idea che l'amore sia un attimo di gioia per una vita di sofferenza, delusione, tradimento. Io credo che per l'amore possa essere applicato lo stesso concetto che Socrate adottava per spiegare l'idea del bene: chi veramente comprende il significato del bene non può far altro che applicarlo, perchè la sua forza è tale da non consentire che possa essere attuata alcuna azione malvagia da quella stessa persona. La stessa cosa vale per l'amore: chi veramente lo trova non potrà averne altro che gioie e momenti di serenità, e nel momento delle incomprensioni, i due amanti riusciranno a trovare una soluzione grazie al legame indissolubile che Amore ha creato per loro.

domenica 24 aprile 2011

Cristo è veramente Risorto, Alleluja!

Il Signore Risorto entra attraverso le porte chiuse del nostro cuore,

ci porta la sua pace e getta un Ponte tra il cielo e la terra.

Egli discende su questo ponte fino a noi perchè noi possiamo salire fino a lui.

Buona Pasqua in Gesù Risorto!

venerdì 15 aprile 2011

Sull'amicizia e altro...

E se un giorno fossimo persi, con una folla di preoccupazioni e incombenze in mente e una folla reale di gente sconosciuta intorno a noi che va di fretta con negli occhi le stesse ansie e pensieri e, improvvisamente, ci sentissimo schiacciati e soli? E se fra lo scorrere di volti ignoti vedessimo dei lineamenti amati, che riconoscendoci si illuminano, non ritroveremmo forse noi stessi, il nostro sorriso e il senso del nostro stare a questo mondo? O così potrebbe sembrarci, anche solo per un attimo. Ma quell’attimo dice molto, più di molte altre e più razionali definizioni di noi. Essere riconosciuti e amati da un altro al di fuori di noi che ci restituisce col suo sguardo i confini del nostro io, che sia questo un amico o un amore non è forse fra le cose che ci riconfermano che vale la pena di essere vissuto questo nostro viaggio nel tempo del mondo?

Questa sensazione, questo sentimento, questa certezza, questo desiderio trovano spesso un posto nelle opere di numerosi artisti di tutti i tempi. Gli artisti pensano, provano, esprimono meglio di noi quello che anche noi sentiamo e ce ne fanno ritrovare coscienza. E l’amicizia, quella vera, oppure anche solo i momenti veri delle amicizie normali fanno i nostri giorni più degni di essere vissuti. Come quel momento di concessione al sogno sorridente ed estatico che esprime Dante in quella specie di invocazione agli amici…”Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”. Vorrebbe, il serio autore della Divina Commedia, passare del tempo a chiacchierare, a godersi gli amici senza essere disturbato e a parlare dell’argomento migliore di cui parlare: l’amore, con belle ragazze, magari… Non è una meraviglia? Un desiderio così condivisibile che ci rende Dante più vicino e meno arcigno, perché è come noi.

E Renzo, nei Promessi Sposi? Incontra il suo amico, ad un certo punto, ed entrambi hanno visto cose “da levarvi l’allegria per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un sollievo”. Già, cosa si può davvero fare per un amico, nel momento del dolore, se non stare lì con lui, che risposta può esserci a quei dolori non eliminabili se non uno sguardo che accoglie e un amore che condivide? Il dolore non va via, ma non si è soli, un po’ come Cristo ha fatto con noi. Già, la divina amicizia, che ha scelto di non intervenire con un gesto eclatante dall’alto, ma dal fianco dell’uomo, subendo gli stessi condizionamenti del potere e le stesse croci di delusione e tradimento.

Questa disposizione umana all’amicizia è come un sigillo posto “ab initio”, abbiamo bisogno di un “tu”, nella sofferenza come nella gioia. E allora l’affezione profonda, quella rispettosa dell’altro, dei suoi tempi e dei suoi modi dà gusto alle cose, “il grano, che è dorato, mi farà pensare a te – dice la volpe al piccolo principe di Saint Exupèry – e amerò il rumore del vento nel grano”. Il colore di un vestito ti fa pensare all’amica perché è il suo colore preferito, quella canzone dà un’altra commozione perché la suonava quell’altra amica. La realtà stessa, allora, acquista la profondità che solo l’amore le dà.

Intanto però il tempo scorre e spesso vela il nostro sguardo e la nostra fiducia; dice Guccini in “Canzone per Piero” “tu sai quello che il tempo ci ha preso e ci ha dato: io appena giovane sono invecchiato tu forse giovane non sei stato mai. Ma d’illusioni non ne abbiamo avute o forse sì, ma nemmeno ricordo, tutte parole che si son perdute con la realtà incontrata ogni giorno”. Ad un certo punto della vita sembra che i nostri compiti, le cose da fare, i figli da crescere ci distolgano dalle facce degli amici: come fossimo sfere che rotolano senza toccarsi eppure sfiorandosi, circoliamo intorno alle nostre cose e il tempo per chiacchierare e guardare il fondo delle nostre anime non c’è. E se ci si incontra si parla di niente, “Tutto cospira a tacere di noi – dice il poeta Reiner-Maria Rilke – un po’ come si tace un’onta, un po’ come si tace una speranza ineffabile” e le domande “chi sei”, “chi sono” e “che stai facendo della tua vita”, “cosa desideri veramente” rimangono in gola o in un recesso della mente, oppure si ha paura di formularle. Eppure non c’è possibilità di verità e bellezza per ognuno di noi se non lasciamo che un altro ci ridesti, se non lasciamo la porta aperta all’improvviso sopravvenire di qualcosa, qualcuno che tocchi il nostro cuore e ci riconduca al nostro desiderio di felicità, quel desiderio bambino, ribelle, eppure profondamente saggio, la parte più vera di noi, che non può essere nascosta per sempre…o forse sì e, se così fosse, saremmo come un pianeta spento, dal nucleo morto, roccia fredda che non spera niente.

Lo sguardo di qualcuno che ci vuole bene può riportarci a noi stessi, qualcuno che voglia il bene per noi – “non c’è amore più grande di colui che sacrifica la vita per i suoi amici” – un amico.

domenica 3 aprile 2011

"Fratelli d'Italia"


Mameli, eroe si, autore no!

Quando si ascolta l’inno nazionale italiano, almeno per chi italiano è, batte forte il cuore e un brivido su tutta la pelle del corpo si avverte per le emozioni che suscita, scaturite, forse dalle situazioni che in quel momento si stanno vivendo (ad esempio: la premiazione di un atleta, il giuramento di fedeltà alla patria da parte dei nostri militari). L’inno di una nazione è come il suo vessillo, il suo emblema, la sua carta d’identità. L’inno nazionale suscita spirito di abnegazione per la propria patria, di appartenenza al proprio popolo, ma soprattutto incita fratellanza. Ma chi è l’autore dell’inno nazionale italiano? Sicuramente per la maggior parte degli italiani la risposta sarebbe scontata e direbbero senz’altro che l’opera è di Goffredo Mameli, poeta e patriota nato a Genova nel 1827 e morto da eroe a Roma nel 1849, dopo un’agonia di diciotto giorni dovuta all’amputazione di una gamba andata in cancrena. Tanto è frequente definire come inno nazionale italiano “l’inno di Mameli”. Ma è proprio lui il padre dell’inno nazionale italiano? Ottavio Rossani nel suo articolo “Ma che Mameli, Fratelli d’Italia è l’inno di Canata” uscito il 24/12/2002 sul “Corriere della sera” sostiene che “l’inno di Mameli non è di Mameli, ma di un padre scolopio. Il giovane Goffredo ricopiò in bella […]un testo scritto nel 1846 da padre Atanasio Canata e lo inviò nel novembre 1847 all’amico Michele Novaro che lo mise in musica”. Ad avvalorare la sua tesi, scrive nel suo articolo di uno storico, Aldo Mola, che afferma : “lo scrittore non può aver scritto Fratelli d’Italia, il testo è troppo complesso, elaborato e pieno di riferimenti storici”. Sicuramente un giovane come Mameli non poteva avere tutte quelle conoscenze che probabilmente aveva Canata. Nello stesso articolo Ottavio Rossani scrive: “ c’è la testimonianza di padre Ameri. Lo stesso Mameli invia una lettera all’avvocato Giuseppe Canale, in cui mostra di padroneggiare poco la grammatica e la sintassi”. Quindi non era “farina del suo sacco”. Se Mameli fosse stato un nostro contemporaneo sicuramente avrebbe avuto richieste di risarcimento da parte di padre Canata, per aver violato i diritti d’autore e con buona probabilità avrebbe ricevuto un “ tapiro d’oro” da parte di quelli di “Striscia la notizia”. Ma “ padre Canata non protestò, per non sbugiardare l’eroe” afferma Rossano. Per quanto riguarda il componimento musicale è grazie a Michele Novaro che “Fratelli d’Italia” (inizialmente conosciuto come “ Canto degli Italiani”) è quell’inno così coinvolgente che tutti gli italiani amano e apprezzano. Ma molti si chiederanno: chi è costui? Nell’articolo “L’inno nazionale è soprattutto di Novaro, non soltanto di Mameli” l’autore afferma: “ colui che della musica dell’inno fu l’autore, Michele Novaro: chi sia egli, è vergognosamente trascurato anche dalle più piccole enciclopedie […] le quali ne omettono addirittura la voce “ Novaro Michele”. Quindi un perfetto sconosciuto per la maggior parte della gente, finito nel dimenticatoio e nell’ indifferenza. Una vera ingiustizia per chi dovrebbe avere gli onori e il merito di riuscire a mandare il “cuore in gola” agli italiani. Il merito di Mameli, quindi è solo quello di aver favorito la divulgazione dell’inno, grazie soprattutto alla sua fama di eroe del risorgimento, non certo per la sua onestà. Sarebbe però triste e umiliante pensare che la storia dell’inno d’Italia sia fondata sull’ omissione, sulla menzogna o peggio ancora sul furto. A questo punto, si potrebbe dire che il fine giustifica i mezzi, che Mameli, padre Canata e Novaro abbiano contribuito, ognuno a modo loro, a regalarci “L’Inno d’Italia” di cui gli italiani sono fieri ed orgogliosi.

sabato 19 marzo 2011



Mio dolce papà,
vorrei parlare di te, in questo spazio tutto mio. Vorrei parlare della tua bontà, e far conoscere alle persone che mi leggono, mi seguono, mi vogliono bene, l'amore che tu mi hai donato. Che mi hai insegnato a donare con facilità e felicità. So già che tutte le parole sono inutili per descrivere tale sentimento, fatto di gioia e che vive nelle cose piccole.
Ma... parliamo di te e da dove nasce questa forte forza. Parliamo dei tuoi occhi... i tuoi occhi, ... così piccoli, ma anche così grandi, ... così chiari, ma anche così scuri. Delle volte penso che il mare non può contenere tanta profondità e dientro quello specchio d'anima celano tanta fragilità.
Ricordi quando ero piccola? Ti dicevo sempre: "Da grande mi sposerò con te!" Ora, osservando il grigiore dei tuoi capelli, le linee del tuo viso rugose, le tue mani segnati dal tempo e dal lavoro, non posso fare altro che confermare questo mio desiderio.
Tu, primo amore della mia vita sono sempre stata la principessa del tuo regno, un piccolo castello dove alloggiano i miei sogni e che cerchi di realizzare.
Ricordi i miei primi passi? Mi insegnavi a camminare, ed io incerta inciampai. 'Come tutti i bambini', dirai. Ma non è così. Tu mi dicesti con dolcezza e calore: "Non preoccuparti... ci sono quì io". Si, ci sei tu a rialzarmi quando cado. Ci sei tu ad abbracciarmi quando sono triste e piango. E per la mia aria sognatrice e distratta non ti dico mai Grazie. Ma ora voglio farlo!
Grazie!
Grazie di avermi insegnato che in tutti gli uomini c'è sempre una luce.
Grazie di avermi insegnato che bisogna fare del bene, nonostante tutto.
Che siamo tutti umani e tutti possiamo sbagliare.
Mi hai insegnato a sorridere anche quando la gente è dura e ostile, di non preoccuparmi dei giudizi della gente e dei pregiudizi che possono sorgere per dei gesti o atteggiamenti assunti se fatti a buon fine.
"Sorridi, vivi, prega, ama, cogli l'occasione per essere felice. Nessuno ti dirà 'così è la vita', ma puoi scoprirla piano piano, giorno dopo giorno, ognuno ha un propio destino.
Dai un'opportunità. Sii umile. Ammetti gli errori. La verità è sempre la migliore soluzione anche se dura e timida. Piangi per un giorno di dolore, ma trova la forza per continuarne uno nuovo".
Ti voglio tanto bene.
Lux

martedì 8 marzo 2011

Donna
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni….
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un'altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c`e` in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!!!
Madre Teresa di Calcutta

Donne


La leggenda della fabbrica Cotton
In Italia è molto diffusa una storia che fa risalire l'origine della festa ad un grave incidente avvenuto negli Stati uniti, l'incendio dell'industria tessile Cotton. Questa storia è un falso storico accertato che fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, ma in Italia recentemente è stata riportata come la vera
origine della festa della donna dai telegiornali creando così una "leggenda".Secondo questa storia nel 1908 a New York, alcuni giorni prima dell'8 marzo, le operaie dell'industria tessile Cotton iniziarono a scioperare per protestare contro le condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero proseguì per diversi giorni finché l'8 marzo Mr. Johnson, il proprietario della fabbrica, bloccò tutte le vie di uscita. Poi allo stabilimento venne appiccato il fuoco (alcune fonti parlano di un incendio accidentale). Le 129 operaie prigioniere all'interno non ebbero scampo.
Effettivamente non esiste alcun tipo di prova e documento che affermi l'esistenza di un fatto storico che confermi l'episodio delle oltre 129 donne bruciate vive in un incendio di una fabbrica dal proprietario perché le donne erano scese in sciopero.
Questa storia prende spunto da un reale fatto di cronaca, un incendio avvenuto nel 1911 (quindi dopo, e non prima della tradizionale data di nascita della festa, il 1910), a New York, nella Triangle Shirtwaist Company. Le lavoratrici non erano in sciopero, ma erano state protagoniste di una importante mobilitazione, durata quattro mesi, nel 1909. L'incendio, per quanto le condizioni di sicurezza del luogo di lavoro abbiano contribuito non poco al disastro, non fu doloso. Le vittime furono oltre 140, ma non furono tutte donne, anche se per il tipo di fabbrica erano la maggior parte. I proprietari della fabbrica si chiamavano Max Blanck e Isaac Harris, vennero prosciolti nel processo penale ma persero una causa civile. Ma soprattutto l'8 Marzo non ha nulla a che fare né con lo sciopero (iniziò il 22 Novembre) né con l'incendio (avvenne il 25 Marzo).
La versione comunista fu riportata in Italia nel 1952 da "La lotta", settimanale edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano. L'Unione Donne Italiane distribuì nello stesso anno alle iscritte libretti con un resoconto dell'incendio di New York. Nel 1954 Il Lavoro, settimanale della Cgil aggiunse un fotomontaggio di Mr. Johnson con la bombetta che si fa largo tra la massa di donne tenute dalla polizia.

La Giornata Internazionale dell'Uomo
La Giornata Internazionale dell'Uomo è il 19 Novembre a Trinidad e Tobago.La tradizione iniziò nel 1999, probabilmente per analogia con la Giornata Internazionale della Donna.Il riconoscimento e il supporto per questa festa sono limitati; a Malta è celebrata il 7 febbraio, nel Brasile il 15 luglio, in Ucraina il 23 febbraio, in India il 19 novembre e in Oltenia (regione della Romania) il 9 marzo. In Norvegia il 7 ottobre e in Canada il 25 novembre.
Inoltre la Russia e il Kirghizistan festeggiano il Defender of the Fatherland Day il 23 febbraio, che in tempi recenti è praticamente diventata la versione della Giornata Internazionale dell'Uomo in questi paesi.
Save Indian Family, una importante associazione per i diritti degli uomini in India, ha iniziato una campagna per creare consenso sulla Giornata Internazionale dell'Uomo per il 19 novembre. Come primo passo ha accettato il 19 novembre per celebrare in India la festa dell'uomo.

Tratto dal web

domenica 6 marzo 2011

Sii allegro e divertente

Il divertimento è vitale per la felicità.
La gente che vuol essere sempre seria, profonda e viscerale è irritante.
La vita già è un caos perchè farne anche un trattato?
Lascia la serietà per le ore in cui è inevitabile: lutti, separazioni, dolori affini.
Nel quotidiano per l'amor di Dio sii allegro!
Ridi dei tuoi difetti e di chi trova difetti in te.
Ignora ciò che ha detto quello stupido del tuo capo.
Pensa così: chi deve portare quella brutta faccia, tutti i giorni, inseparabilmente, è lui... Povero lui.
Migliaia di matrimoni finiscono non per la mancanza d'amore, denaro, sesso, sincronia, ma per l'assenza di divertimento.
Tratta il tuo amore come il tuo migliore amico, e subito (-:
Chi ha detto che è bello dividere la vita con qualcuno che ha un consiglio per tutto, soluzioni sensate, ma non riesce a ridere quando inciampa?
Ha ha ha ha ha ha ha ha!
Qualcuno che sappia risolvere una crisi familiare, ma non ha la minima idea di come riempire le ore libere di un fine settimana?
Quanto tempo è che non vai al cinema?
Molti si sentono persi quando finiscono i problemi. E poi, cosa faranno se già non hanno nulla per cui disperarsi?
Dimenticheranno di divertirsi.
Non voglio con me qualcuno così.
Tu lo vuoi? Spero di no.
Tutto ciò che è più difficile e più piacevole, ma... la realtà già è dura; peggiora se è pesante e brutta.
Divertirsi è legale.
Hai capito?
Dimentica quelli che ti hanno detto di essere adulto, di non giocare con il mangiare, non dire parolacce, non essere immaturo, non piangere, non andare scalzo, di ripararti dalla pioggia.
Salta con la corda!
Gli adulti possono (e devono) raccontare storielle, passeggiare nel parco, ridere forte e leccare il coperchio dello yogurt.
Essere adulto non è perdere i piaceri della vita, "è questo l'unico 'NO' realmente accettabile".
Testa la teoria.
Una settimana per cominciare.
Vedi e senti le cose come se fossero ciò come realmente sono:
passeggere.
Alzati la mattina e decidi fra le due cose:
essere di cattivo umore e andare avanti così, o sorridere...
Va bene anche avere problemi nella testa, sorriso sulle labbra e pace nel cuore!
Allora lascia i problemi nelle mani di Dio e ora che ne pensi di prendere un gustoso thè?
"La vita è un dramma che non permette prove".
Per questo canta, piangi, danza e vivi intensamente prima che la tenda si chiuda.

lunedì 31 gennaio 2011

Il perdono

Desidero presentare l'amore a chi non lo conosce.

E' motivo di grande gioia per me poter condividere la mia entusiasmante "chiamata" alla vita dell'amore.
Prima di tutto rendo grazie a Dio per avermi donato un cuore di donna, un cuore caldo e inquieto, fatto per amare ed essere amato e ha separato per gli uomini questo mio cuore, circondandolo di un amore vasto e silenzioso, per renderlo terreno vergine affinchè la sua Parola che salva potesse penetrare nel più profondo del mio essere.
Mi ha parlato attraverso il profeta Osea, dicendomi:"La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore... Ti farò mia sposa per sempre... e tu conoscerai il Signore (Os. 2,14-20).
Ed eccomi quì, accanto a lui, a vivere la più stupenda storia d'amore... misteriosamente scelta da Dio, mio Sommo ed Unico Bene, chiamata a contemplare il suo volto, celata agli occhi del mondo, come creatura sprecata, amo e vengo amata.
Mentre parla al mio cuore nel silenzio delle mie emotività il mondo intero è dentro me, come bimbo che si desta dal sonno. E' una folla infinita di gente che in me gli tende le braccia e che io presento a lui sempre, in una incessante offerta che ha le dimensioni dell'universo!
Offro ogni istante della mia vita totalmente a lui come l'ostia del mio Signore che si lascia mangiare ogni giorno... viviamo l'amore di Dio. Mi chiama a seguirlo, io... povera e crocifissa... passo dopo passo, e a camminare sulle sue orme, lasciandomi afferrare nella totalità del mio essere dal suo amore.
Dinanzi a un così smisurato amore è vivissimo in me il bisogno di gridargli continuamente: Grazie. Grazie per avermi scelta e fatta innamorare di lui. Grazie, perchè ogni giorno m'insegna sempre più, in un mondo sempre nuovo, la bellezza è il gusto della vita. Gioia del mio cuore, riposo della mia anima, mi abbandono al suo abbraccio che guarisce e dona pace.
Grazie Dio, perchè hai realizzato pienamente la mia vita, riempendo di gioia vera questo mio povero cuore di donna fatto per amare ed essere amato!
E nel silenzio in cui lo possiede, lo rende una culla dove rinasce al suo amore.
Guardiamo con amore le mani di Gesù: queste stesse mani, inchiodate al legno della croce, hanno accolto e guarito, hanno portato consolazione e conforto. Ogni guarigione è possibile e ogni vita può ritrovare, in qualsiasi situazione, il suo vigore.
In un certo punto della mia vita sono chiamata a mettere in pratica quanto sono stata attenta ad ascoltare e a chiedermi, quindi, con timore della risposta: che tipo di cristiano sono io? Chiamato ad accettare che l'altro ha sbagliato verso di me, che mi ha ferito, anche profondamente... per accettarlo così come è.
Spesso ho letto e sentito: "Gesù ti ama come sei" ed è il Signore il nostro punto di riferimento, la nostra luce, che ci porta anche in braccio se gli consentiamo di farlo. Ma io, con tutte le mie povertà, le mie miserie, la mia difficoltà ad accettare l'errore mio come quello degli altri, riuscirò in tanto?
Perdonare, Amare quindi, e comunicare il mio disagio, la ferita all'altro che mi ha deluso, nella speranza che non accada più, che comprenda, perchè Amare... mi ricordo bene... vuol dire anche Non Uccidere...

Sono stata anch'io la tua pena, sono stata anch'io un ladrone, sono stata anch'io tra la folla a gridare contro l'adultera, ma non voglio discutere nessuna condanna. Sicuramente non meritiamo il dolore... chi può meritarlo?
Ma non mi ribello, non mi ribello più.
In poco tempo ho compreso molte cose. Mi sentivo disgustata e senza dimora, ma, alla fine, non rifiuto questa condizione.
Siamo uomini liberi e soprattutto umani e possiamo essere superiori a chi ci ha fatto soffrire.
Non ti sei difeso, però mi hai detto parole che mi hanno confortato, che mi hanno scaldato il cuore, come se mia madre fosse venuta ad abbracciarmi: mi hai detto la verità.

domenica 16 gennaio 2011

Una risposta all'amore

(…) I due astri più belli del firmamento, chiamati ad illuminare altri mondi, pregarono gli occhi di lei di assumere il loro posto. Se le stelle si fossero sostituite ai suoi occhi, e i suoi occhi prendessero il posto di quelle, lo splendore delle sue gote farebbe impallidire quegli astri. Come la luce del giorno offusca il chiarore di una lampada.
Questo passo tratto da “Romeo e Giulietta” di Shakespeare indica come la donna sia protagonista dell’amore. Cosa può suscitare la bellezza e la delicatezza di una donna ad un uomo? Ma cos’è l’amore?
Grandi poeti hanno cercato di spiegare questo sentimento che adorna la vita, la riempie, essendo così essenza vitale.
Il poeta ha un animo sensibile e noi uomini siamo fatti di desiderio, siamo fatti di domande, e mai una risposta è sufficiente per l’anima.
Alla domanda: Beatrice o Laura non si può arrivare ad una conclusione affrettata, ma bisogna fare uno studio appropriato sulle tracce lasciate da queste donne a uomini che hanno rapito il cuore, e, ansimando per loro, si avviavano verso strade diverse. Sono Laura e Beatrice che hanno ispirato la poesia a due Grandi: Dante e Petrarca.
Se con Dante si ammira Beatrice, non si può amare Laura con l’amore di Petrarca. C’è una differenza. Per Dante la donna è un viaggio verso la salvezza. Per Petrarca, invece, è l’inizio di una perdita spirituale.
La donna di Dante vive come creatura spirituale che suscita ammirato stupore. Questa “angiola giovanissima”, nella Vita Nuova, si riveste di significati allegorici e mistici, che la sollevano concettualmente come “donna angelicata” coinvolgendo Dante in un cammino spirituale verso la salvezza e la perfezione che segna il passaggio di una vita profondamente rinnovata.
Nel sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, della Vita Nuova”, delinea una donna lodata per la sua bellezza che passa per via, che al saluto crea un’atmosfera mistica di onestà e soavità. I suoi tratti fisici acquistarono un significato spirituale, indicano un miracolo mostrato dal cielo.
Il compito salvifico della Beatrice terrena prelude a quella della Beatrice teologale che, nell’aldilà, si fa simbolo della scienza divina senza mai venir meno alla sua femminilità: corre in soccorso di Dante, quando egli si trova nella “selva selvaggia” e “oscura”, invocando Virgilio con amorosa e umana sollecitudine; gli appare austera, alla sommità del Purgatorio e lo rimprovera per il suo traviamento; poi diventa sua guida amorosa attraverso i cieli del Paradiso, in un’ascesa intellettuale, morale e religiosa che si conclude con la visione di Dio.
Dante con Beatrice è riuscito poeticamente a divinizzare l’umano nella Vita Nuova e a temperare il divino nella Commedia. Oltre l’eternità sopravvive “lo suo mirabile riso” (Vn.XXI,8) che lo aveva innamorato durante la vita: Beatrice, pur trasfigurata nella gloria della Beatitudine, è sempre stilnovisticamente ella e ridente” (Pd.XIV,79) pronta a vincerlo “col lume d’un sorriso” (Pd.XVIII,19).
Dante nella sua ascesa dal Purgatorio al Paradiso, narra nel primo canto, che tornato nell’Enoè, vede Beatrice volta a sinistra a fissare il sole. Anch’egli fa altrettanto e, riuscendo a sfrigolarvi gli occhi, scorge una grande luce. Tornato con lo sguardo a Beatrice si sente trasudare; pur non accorgendosene, sta salendo con la sua donna verso il cielo; solo da un fatto nuovo è colpito: una dolce armonia e una straordinaria luminosità.
La novità della dolce armonia e della grande luminosità suscita in Dante il desiderio di conoscerne le ragioni, poiché egli crede ancora di essere sulla terra. Beatrice che legge il dubbio nella mente di Dante, senza essere interrogata, gli spiega che essi stanno salendo velocissimamente verso il cielo.
Sorge in Dante un dubbio: come mai egli, corpo pesante, possa trascendere? Ne chiede la ragione a Beatrice e questa gli spiega come tutte le cose siano ordinate e dirette al proprio fine, per raggiungere una forza speciale, l’istinto dà loro l’impulso. Il fine dell’uomo è Dio, da cui però la creatura può, ingannata da beni fallaci, deviare volontariamente. Ma Dante è purificato (battezzato al fiume in purgatorio) e libero da ogni legame terreno, e per questa forza naturale tende verso Dio: ci sarebbe invece da meravigliarsi se in tale rinnovellata condizione fosse rimasto sulla terra, come se la fiamma viva non tendesse in alto verso la propria sfera.
Beatrice sorprende Dante con la sua presenza, lo fa vergognare delle sue distrazioni e dice di risentire i “segni dell’antica fiamma”. E’ la vista di Beatrice, nel finire della commedia che da commozione durante la lettura.
Altro che “giovanile errore” di Petrarca.
Il “Canzoniere” è il racconto di un itinerario del poeta in cui Laura non è nemmeno citata. Laura è descritta come bellezza terrena, oggetto di adorazione estatica, ma di palpitante desiderio. E’ rielaborata in modo nuovo. La sua immagine non contiene significati o riferimenti morali o religiosi.
Nella lirica “Chiare e fresche et dolci acque” sembra proprio di vedere un corso d’acqua che scorre, che vicino ad essa va a sedersi una donna che il poeta è innamorato. Riproponendo il motivo stilnovistico della donna intermediario tra la terra e il divino, egli, nella terza strofa, immagina Laura, commossa per la sua morte, che ottiene da Dio il perdono dinnanzi alla sua tomba.
Due figure diverse tra loro: Beatrice condusse Dante in seno a Dio, Laura deviò Petrarca dalla retta strada.

Una donna dovrà sempre condurre l’uomo verso la salvezza (Beatrice), da quale la vera bellezza è quella spirituale e mistica dell’intelletto e non quella profana dell’ esteriore (Laura).

sabato 1 gennaio 2011

Buoni propositi per il nuovo anno

Cosa posso avere per il nuovo anno?
Sinceramente la vita mi va bene così, perchè l'anno 2010 non è stato per niente cattivo, anzi: non potevo chiedere di più dalla vita!
Il mio grande amore mi ama più che mai e mi ha chiesto di sposarlo;
ho ottenuto un lavoro bellissimo, che adoro ogni giorno che passa;
Dio mi ha dato la forza di superare un grande dolore;
vedo la felicità camminare accanto a me ogni giorno;
mio fratello e i miei genitori mi amano più che mai;
ho fatto la conoscenza di nuove amicizie sincere e affettuose;
a i miei amici piaccio così come sono;
non ho perso mai il sorriso sul mio viso e davanti ai miei occhi ho visto solo bene;
ho pubblicato questo blog e pare che alla gente piace;
ho chiesto a Dio di non abbandonarmi e lui non lo ha fatto. Gli ho chiesto di non togliermi mai la gioia, di caricarmi di comprensione, che molto spesso mi manca. Di non essere egoista e soprattutto di essere sempre 'genuina', il pregio e il motivo di Antonio: per questo si è innamorato di me!

lunedì 6 dicembre 2010

Storie di Natale



Quando Santa Claus vestiva di Verde

La volta che fra le trincee si smise di sparare
Le origini del presepe e dei suoi personaggi


(Babbo Natale in una cartolina dei primi del'900. In origine il suo abito era verde: diventò rosso per una pubblicità della Coca-Cola)
Il primo Natale della storia
Che fosse dicembre, e improbabile. Che corresse l'Anno Zero (o più probabilmente Uno), è impossibile. Che fossero presenti un asino e un bue, lo dicono solo alcuni testi che la Chiesa rigetta come apocrifi. Che tutto avvenisse in una grotta, idem. Infine, che nel cielo notturno brillasse una cometa, è una suggestiva leggenda inventata di sana pianta nel clima culturale del tardo Medioevo, 13 secoli dopo i fatti, quando Carlo Magno era già morto da 500 anni e Dante Alighieri aveva già doppiato il famoso "mezzo del cammin" della sua vita. Dunque come fu, in realtà, il primo Natale della storia, quello che si festeggiò a Betlemme due millenni (abbondanti) fa? La domanda è di quelle che Mike Bongiorno avrebbe definito "da cento milioni", perchè le fonti di notizie sono scarsissime. Dei quattro evangelisti canonici, due (Marco e Giovanni) non dicono nulla sul tema; un terzo dedica al Natale un versetto telegrafico:"Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode" (Matteo, 2:1). Solo il vangelo di Luca indugia su qualche dettaglio.
DISUMANIZZATO. Tanto silenzio non deve stupire: i primi cristiani consideravano sconveniente parlare di certi aspetti della vita del Messia, ritenuti troppo "terreni". Ancora all'inizio del terzo secolo, chi cercava dettagli sul primo Natale si tirava addosso il sarcasmo di un padre della Chiesa, Clemente Alessandrino: "Costoro no si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con troppa curiosità cercano anche il giorno!". E un altro "padre", Origene (185-254), arrivò a teorizzare: " Nelle scritture solo i peccatori, non i santi, celebrano la loro nascita". In questo quadro non è strano che tre vangeli tracciano sul Natale, ma semmai che uno ne parli. Ecco il testo controcorrente: "Ora, mentre si trovavano in quel luogo (Betlemme, ndr) si compirono per lei (Maria ndr) i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perchè non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria di Dio li avvolse di Luce" (Luca, 2:6-9). Come si può notare, il testo non cita alcuna cometa, alcuna coppia di bue-asinello, alcuna grotta. Parla invece di una mangiatoia, che sottointende una stalla. Ancora: il testo non parla di dicembre e tanto meno del giorno 25. Anzi, i casi sono due: o l'episodio dell'adorazione dei pastori (che ispirò nei secoli seguenti molti artisti) è solo una fantasia, oppure il primo Natale fu in un'altra stagione, visto che l'inverno in Giudea è troppo freddo perchè uomini e greggi dormano all'aperto di notte.
L'affermazione si basa su precisi dati meteo: negli anni '50 un noto storico e divulgatore tedesco, Werner Keller, nel best-seller La Bibbia aveva ragione (Garzanti) si prese la briga di misurare le temperature medie notturne di Hebron, a 20 chilometri da Betlemme: Ecco i risultati: dicembre -2,8°, gennaio -16,6°, febbraio -0,1°. Il tutto abbinato a fitte piogge (dicembre 147 mm, gennaio 187 mm). "Con temperature sotto lo zero" concluse "neppure nella Terra Promessa poteva esserci bestiame al pascolo".
CALENDARI BALLERINI. Quando dovremmo far festa, allora? Il mondo cristiano risponde in ordine sparso. La scelta del 25 dicembre, che oggi accomuna cattolici e protestanti, non è condivisa da ortodossi, copti e armeni, che comunque puntano su date invernali (6 o 7 gennaio, secondo le confessioni e il ritmo degli anni bisestili).
Un tempo il calendario liturgico era ancor più variegato: alla fine del III secolo, quando i cristiani iniziarono a uscire dalle catacombe, in Tunisia il Natale si celebrava il 28 marzo, in Egitto il 20 maggio e a Roma forse mai. Insomma: in assenza di notizie certe, sulla data del "vero Natale" molti sono andati a briglia sciolta, senza timore di essere smentiti.
L'osservazione non riguarda solo i credenti, ma anche i laici, che spesso si sono sbizzarriti a loro volta in ipotesi fantasiose: una trentina di anni fa l'inglese David Highes, in base a calcoli estremamente complessi, lanciò una teoria secondo cui Gesù sarebbe nato il 15 settembre. Si badi: Hughes non era un fanatico religioso in cerca di notorietà, bensì un serio docente di Astronomia dell'università di Sheffield (Inghilterra).
FESTA SOLARE. Quando e perchè, dunque, fra i molti presunti compleanni di Gesù, ha prevalso il 25 dicembre? Chi scava alle radici della festa cristiana non trova evangelisti, ma un paganissimo imperatore romano, un papa e un calligrafo.
L'imperatore era Aureliano, prode militare nato nell'attuale Serbia che, volendo unificare culturalmente il mondo romano, nel 274 istituì per decreto un dio uguale per tutti i sudditi (il sol invictus), fissandone la festa (Dies natalis) poco dopo il solstizio d'inverno, quando le giornate ricominciano ad allungarsi. Così i cristiani trovarono il Natale del Dio Unico già bell'è pronto. E presto sostituirono il Sole con Gesù. Poi arrivò il papa, che si chiamava Giulio I: probabilmente fu lui a fissare ufficialmente la festa a fine dicembre. Ciò accadde entro il 352, quando il cristianesimo era legale. da 40 anni scarsi. Poco dopo o poco prima (fra il 336 e il 354) un calligrafo, tale Furio Dionisio Filocalo, disegnò la Depositio martyrum, il primo calendario liturgico, dove Natale era segnato a ridosso delle "calende di gennaio" (il nostro Capodanno).
Dunque il Natale, festa d'inverno, per eccellenza, nacque per mettere in ombra una ricorrenza pagana? E' l'ipotesi più gettonata, benchè non l'unica. Ma se è così, dai nostri presepi va tolta la farina che, un tempo si spargeva a mò di neve sulle colline: meglio decorare tutto con primule e violette di primavera, o con foglie rosse autunnali.
NIENTE GROTTA. Per fare presepi storicamente corretti, però, andrebbero tolte anche altre cose: per esempio il bue, l'asinello, la cometa e la stessa grotta.
Partiamo dalla grotta. La devozione popolare da 17 secoli la identifica in una precisa cavità (naturale, ma "ristrutturata") lunga circa 13 metri e alta oltre 3, trasformata in cripta all'interno della Basilica (ortodossa) della Natività che si affaccia su una piazza detta "della Mangiatoia", nel centro di Betlemme. Chi scende laggiù trova due altari, un mosaico malconcio e una stella d'argento incastonata nel pavimento, nel punto dove la Madonna avrebbe partorito Gesù: "Hic de virgine Maria Jesus Christus est" avverte una scritta. Ebbene, la venerazione di quella cavità non si basa su prove storiche, nè risale ai primi cristiani: la più antica notizia del culto legato al luogo è del 326, il mosaico è d'epoca crociata e la stella fu collocata addirittura nel 1717. Di più: come si diceva, i vangeli canonici non citano grotte; a parlare sono solo gli apocrifi, quasi tutti del IV-V secolo. Un esempio, tratto dal Vangelo armeno: "Poi Giuseppe scorse una grotta piuttosto grande, dove dei contadini e dei pastori, che lavoravano nei dintorni, si riunivano e mettevano a riparo le greggi".
Agli apocrifi risale anche la tradizione del bue e dell'asinello. Il primo a parlarne fu un testo (forse del IV secolo) a cui un falsario aggiunse la firma di san Matteo: "Tre giorni dopo la nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla; mise il bambino nella mangiatoia e il bue e l'asino lo adorarono".
La cometa, infine, è un'invenzione artistica del pittore Giotto, che nel 1303-05 la dipinse nella cappella degli scrovegni a Padova. Da allora la cometa è diventata quasi un dogma. Eppure i testi antichi che raccontano la storia dei Magi, come il Protovangelo di Giacomo, parlano solo dell'apparizione di un astro anomalo: "Una stella grandissima, che brillava tra le altre e le oscurava, così che le stelle non si vedevano".
OCCHIO AL CIELO. Da secoli molti si chiedono se quell'astro era reale o solo un simbolo letterario. Rispondere al quesito può servire a sciogliere anche un'altro interrogativo: quanto tempo fa inizio l'era cristiana? La domanda può sembrare scontata, visto che oggi contiamo gli anni "avanti Cristo" e "dopo Cristo". Ma non è così.
I dubbi nascono dall'esame di due vangeli canonici, in contraddizione fra loro. Matteo colloca la nascita di Gesù "al tempo di Erode". Luca afferma invece che Maria e Giuseppe andarono a Betlemme per un censimento indetto "quando era governatore della Sirua Quirinio". Ma Erode il Grande morì nel 4 sec. a.C. e il "censimento di Quirinio" pare sia del 6 d.C. Quindi i conti non tornano. L'unica cosa chiara e che Cristo non nacque nel primo anno della nostra era, bensì dopo o (quasi certamente) prima.
Per capirne di più occorre passare dal Natale all'Epifania. A far pendere la bilancia a favore dell'ipotesi, a prima vista paradossale, del "Cristo avanti Cristo" è infatti la "stella" dei Magi. Quello strano e luminosissimo astro nel cielo del Medio Oriente, se davvero ci fu, non era nè una stella nè una cometa, ma forse una congiunzione di pianeti. A intuirlo, nel lontano 1603, fu l'astronomo tedesco Johannes Kepler, che sull'argomento scrisse un trattatello intitolato De anno Natali Christi. "Se due pianeti finiscono sullo stesso asse rispetto alla Terra" spiega l'astrofisico Corrado Lamberti "chi li guarda ha l'impressione di trovarsi di fronte a un unico grande astro, più luminoso degli altri. Ebbene, sappiamo che nel 7 a.C. Giove e Saturno si trovarono in questa posizione per ben tre volte. Il fenomeno fu notato da astronomi babilonesi, che ne lasciarono traccia scritta".
Fu dunque quell'incontro Giove-Saturno la "stella" apparsa dopo il primo Natale? Probabilmente si, anche perchè la data è precedente la fine del regno di Erode, quindi compatibilecon la datazione della nascita di Gesù tramandata dal Vangelo di Matteo (prima del 4 a.C). La diversa collocazione temporale suggerita da Luca resta un problema, ma non insuperabile: a porre il censimento al 6 d.C. è una sola fonte, l'antico storico ebreo Flavio Giuseppe, che in fatto di date non era sempre precisissimo. Perciò alcuni storici tendono ad anticipare quel censimento all'8-6 a.C.
PROFEZIE. Ma se Gesù nacque davvero nel 7 a.C., perchè il conto del "dopo Cristo" parte da decennio successivo? Per un involontario errore di calcolo, compiuto da un monaco del VI secolo, Dionigi il Piccolo. E perchè gli apocrifi aggiunsero alle scarne notizie sulla natività dettagli come l'asino e il bue? Per mero zelo teologico. "Si voleva far quadrare la vita del Cristo con le profezie bibliche, per dimostrare che Gesù era l'atteso Messia" spiega Vito Mancuso, docente di teologia all'Università Vita-salute San Raffaele di Milano.
Sono due le profezie che hanno dato origine agli animali del presepe. Ma la prima assomiglia agli enigmatici versi di Nostradamus, dove si può leggere tutto è niente: "Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone" (Isaia, 1:3). La seconda, poi, è solo un errore di traduzione dal greco: "Ti manifesterai in mezzo a due animali" recita una versione latina del libro di Abacuc che confonde il vocabolo zoòn (animale) con zoè (età). Così, per allinearsi a un enigma e a un errore, gli apocrifi falsificarono la Storia. "In realtà parlare di falsificazione di fronte a casi simili è un anacronismo culturale" osserva Mancuso. "Per chi scriveva nei primi secoli era più importante trasmettere messaggi teologici ortodossi più che notizie storiche esatte: Perciò si ricorreva a espedienti narrativi, a forzature che hanno un nome preciso: "teologumeni". Ciò vale anche per i testi canonici: se Matteo e Luca affermano che Gesù nacque a Betlemme, probabilmente lo fanno solo per adattare i vangeli a una profezia".
L'ultima frase sorprendente: Mancuso non solo è cattolico, ma è anche un ex sacerdote che pubblica libri con la prefazione del cardinal Martini; eppure mette in forse la veridicità di due testi sacri. "In realtà io tendo a credere ad altri passi evangelici, dove si suggerisce che Gesù nacque a Nazaret" spiega Mancuso. "Marco, per esempio, afferma questa cittadina della Galilea è la patrìs di Gesù. E la parola patrìs vuol dire appunto "luogo natale". Insomma: i vangeli non sono univoci. E gli storici moderni credono più a Marco". Ma perchè Matteo e Luca avrebbero "falsificato" il luogo di nascita di Gesù? "Perchè secondo una profezia il "Messia" doveva venire al mondo a Betlemme" conclude lo studioso. "Il testo a cui allude Mancuso è un versetto biblico tratto dal Libro di Michea, cade anche l'ultima certezza: dopo la grotta, l'asinello, il bue e la cometa, dalla scena del premio Natale esce persino Betlemme, falsa patrìs di Gesù.
Il presepe vivente di Gesù importato dalla Francia
Dove e quando nacque il presepe? Ufficialmente a Greccio (Rieti) nel 1223, su iniziativa di san Francesco d'Assisi e di un pio signorotto locale, Giovanni Vellita. A raccontarlo è Tommaso da Celano (1190-1260), un frate che scrisse una biografia del santo. Queste, secondo Tommaso, le disposizioni date da Francesco a Giovanni: "Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza di cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello".
Dal vivo. Il nobile Vellita eseguì, realizzando un presepe vivente, dove anche l'asino e il bue erano veri. Solo gesù neonato era un bambolotto, realizzato dalla moglie di Giovanni, madonna Alticana.
Precisazione doverosa: quello di Greccio non fu il primo presepe nel mondo, ma al massimo il primo in Italia, perchè già nei decenni precedenti rappresentazioni della Natività di Gesù si tenevano in Europa e soprattutto in Provenza, dove è ancora vivissima la produzione dei santons, le statuette del presepe.


Londra, 1657: Natale vietato
Il Natale non fu sempre sinonimo di festa: dal 1647 al 1657, nel pieno della Guerra civile inglese, il governo del puritano Cromwell proibì la festività declassandola a un giorno di "penitenza ed esame di coscienza" in cui l'obbligo non era festeggiare, ma lavorare. Non si sa in quanti obbedirono, ma il Parlamento dette il buon esempio riunendosi propio il 25 dicembre. Lo stesso avvenne per Pasqua e Pentecoste. L'obbiettivo, secondo gli storici, era evitare che l'arcaico ciclo di lavoro e festa trasformasse la ricorrenza religiosa in un periodo di bisboccia, come accadeva ancora nel Medioevo.
Nel 1659 lo stesso provvedimento fu varato in America, nelle colonie fondate dai puritani espatriati dall'Inghilterra. Nel massachusetts la festività del Natale fu bandita almeno fino al 1681.
Ignorato. Questa messa all'indice in parte del mondo anglosassone spiegherebbe come mai oltre un secolo dopo, in Inghilterra, il Natale non facesse notizia. Un commentatore di inizio Ottocento notò che il quotidiano inglese Times, dal 1790 al 1835, non l'aveva mai menzionato, neppure il 25 dicembre.

Pace in trincea
Molti la considerano la più bella favola di Natale, paragonandola a un miracolo. Nei libri di Storia non ce n’è quasi traccia, tuttavia se ne parla in film e romanzi, nonché in una struggente canzone folk dell’artista inglese Mike Harding, dal titolo Christmas 1914. Eccone alcuni versi: “I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno”. La partita in questione si svolse realmente, e fu giocata il 25 dicembre 1914 nei pressi della cittadina belga di Ypres. Campo di gioco: la no man’s land (“terra di nessuno”), lo spazio che divideva le trincee inglesi da quelle tedesche. Fu il momento culminante di quella che passerà alla Storia come “tregua di Natale”.
CONFLITTO. Nell’estate del 1914 l’Europa era divenuta teatro di una guerra che vedeva opposti due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Russia da una parte; Germania, Austria-Ungheria e Turchia dall’altra. Più tardi sarebbero entrati nel conflitto anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di Paesi “minori”, trasformando così la contesa nella prima guerra su scala globale dell’umanità. All’inizio il fronte più caldo fu proprio quello occidentale (tra il Belgio e il Nord della Francia) dove inglesi, francesi e belgi dovettero contrastare l’avanzata tedesca. Dopo una sanguinosa battaglia nei pressi di Ypres, a fine autunno gli eserciti si ritrovarono però impantanati (qui e altrove) in un’estenuante guerra di logoramento tutta combattuta intorno alle trincee. Da questi fossati profondi un paio di metri e rinforzati alla buona con tavole di legno, i soldati si lanciavano quotidianamente all’assalto del nemico, guadagnando o cedendo ogni volta pochi metri di terreno e trascorrendo il resto della giornata tra fango, pioggia e cadaveri in decomposizione. Queste condizioni riguardavano tutti e il “mal comune” provocò presto il verificarsi di episodi di solidarietà tra nemici (che si trovavano peraltro a pochi passi di distanza gli uni dagli altri). I soldati dei due eserciti cominciarono a scambiarsi alcuni “favori”, come non aprire il fuoco durante i pasti. Quel che contava era salvare le apparenze con i superiori (si rischiava l’accusa di tradimento) e portare a casa la pelle.
GIU' LE ARMI. Il compito di punire i soldati che si fossero mostrati troppo concilianti con i nemici spettava agli ufficiali dei comandi, gli unici che avrebbero potuto stabilire una tregua. Tale regola, a Ypres e in altre zone del fronte, sarebbe però stata infranta nel dicembre del 1914. Dopo aver dato ordine alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, i comandi dei due eserciti fecero arrivare nelle prime linee piccoli pacchi dono (era pur sempre Natale) contenenti dolci, liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. A Ypres, la sera della vigilia, i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando motivetti natalizi; in una trincea qualcuno intonò la canzone Stille nacht, Silent night per gli inglesi. Da quel momento, e per buona parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero più di cantare, ognuno nella propria lingua e ognuno al riparo della propria postazione. “Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’altra parte giunsero fischi di gioia e applausi […]. Poi cantammo tutti quanti assieme” testimonierà in seguito il soldato tedesco Kurt Zehmisch, nel libro Silent night: the story of the World war I Christmas truce, il libro dello storico americano Stanley Weintraub che negli Anni ’80 ricostruì la vicenda. Al momento di andare a dormire un po’ tutti erano ormai convinti che qualcosa di straordinario stesse per verificarsi: all’alba i tedeschi esposero infatti piccoli cartelli con le scritte “Buon Natale” e “Non sparate, noi non spariamo”. Era il segnale d’inizio.
FRATELLANZA. Ricominciarono i canti e gli applausi, poi dalla trincea tedesca uscì un uomo: nella nebbia gli inglesi lo intravidero appena, quanto bastava per notare che era disarmato. I britannici, increduli, uscirono dai loro ripari e si incamminarono verso i tedeschi, che fecero altrettanto. “Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco […] e poco dopo eravamo tutti in festa” scrisse il soldato inglese Dougan Charter in una lettera alla famiglia. Dopo aver sepolto i corpi dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, i due schieramenti fraternizzarono, preparando una festa in piena regola. “Fritz portò sigari e brandy, Tommy della carne di manzo e sigarette” canta Mike Harding nella sua canzone. Senza inventarsi nulla: nel diario di campo del 133° Reggimento sassone si parla infatti di un tedesco di nome Fritz e anche di Tommy, un soldato inglese che si mise a tagliar capelli ai nemici in cambio di qualche sigaretta. Nel frattempo attorno a lui tutti si scambiavano abbracci e visite di cortesia. Inglesi e tedeschi si regalarono caffè e cioccolata, marmellata e sigari, tè e whisky, nonché alcuni accessori delle divise. Ci fu persino chi si fece fotografare in gruppo. “Non vi fu un solo momento di odio: per un po’ nessuno pensò più alla guerra” disse il soldato britannico Bruce Bairnsfather. Quasi una scena da film, che in effetti si ritroverà nel copione di Joyeux Noël, pellicola del 2005 di Christian Carion.
IN CAMPO. Prima che gli altri comandi potessero intervenire interrompendo la tregua, i soldati fecero un patto solenne: nel caso di ripresa dei combattimenti nessuno avrebbe mirato ad altezza uomo, ma reso inoffensive le munizioni “sparando alle stelle in cielo”. La notizia della tregua intanto si diffuse, e in poche ore la febbre da armistizio contagiò due terzi del fronte occidentale: quasi dappertutto inglesi e tedeschi si tesero la mano e festeggiarono assieme. Il simbolo di quell’insolito Natale di guerra divenne la partita di calcio che si tenne a Ypres fra le truppe inglesi del reggimento Scottish seaforth highlanders e quelle tedesche del Reggimento sassone (ma quel giorno le partite di calcio furono in realtà più di una). I palloni furono messi insieme con stracci pieni di sabbia legati con lo spago, mentre le porte furono delimitate da pile di cappotti: per qualche ora la “terra di nessuno” si trasformò in un campo di calcio. Nei giorni successivi, i familiari dei soldati furono inondati di lettere e foto dell’evento, che finirono ai quotidiani. La stampa (sottoposta alla censura) ne ritardò però la pubblicazione e le prime notizie trapelarono solo sul New York Times. A quel punto si svegliò anche la stampa europea, e il 1° gennaio 1915 il londinese Times pubblicò un articolo su quella partita, riportando anche il risultato finale: 3 a 2 per i tedeschi. Le notizie sulla tregua trovarono in seguito sempre più spazio sui giornali nordeuropei, con titoli euforici e commossi come: “Straordinario: inglesi e tedeschi si stringono la mano”.
SIPARIO. In alcuni casi la tregua durò fino a Capodanno, ma quasi ovunque tutto finì la sera stessa di Natale. “Ci salutammo e rientrammo nelle trincee […] poi udimmo dei colpi […]: la guerra era ricominciata” ricorderà malinconico il capitano inglese J. C. Dunn. Ma gli alti comandi dei due eserciti non ebbero nessuna nostalgia di quell’evento. Si diedero da fare per impedire che altre scandalose tregue si ripetessero: si andò dalla minaccia di corte marziale per chiunque avesse avuto contatti con il nemico all’idea di bombardare le trincee nei giorni precedenti ogni Natale. Inoltre, per evitare che i soldati familiarizzassero col nemico, fu deciso di spostarli a turno in diverse zone del fronte. Partì anche un’operazione di censura di qualsiasi notizia che riguardasse la tregua del 1914 e si arrivò a negare ufficialmente che fosse mai avvenuta. Tutto ciò non bastò a impedire futuri “gemellaggi”. Ma lo spirito di quel primo Natale di guerra non fu mai più eguagliato. Lo riassumono i ricordi del soldato inglese George Eade: “Un tedesco mi sussurrò con voce tremante: oggi abbiamo avuto la pace, ma da domani tu combatterai per il tuo Paese e io per il mio. Buona fortuna”. Poi, in silenzio, tornò dalla propria parte. Il miracolo era finito.
MASSACRO. Nel 1915 la guerra riprese più dura che mai. E negli anni successivi Ypres divenne famosa per i bombardamenti con armi chimiche che coinvolsero anche la popolazione (la cittadina diede il nome a uno dei gas utilizzati, l’iprite). Ad annunciare il ritorno alla normalità guerresca, tra i britannici, fu un secco comunicato alle truppe: “Mai più tregue, partite di calcio incluse […]. In guerra non bisogna mai interrompere l’uccisione del nemico”. E così, in pochi mesi, quella bella storia di Natale fu relegata nell’oblio. Non tutti la presero male: un soldato di origini austriache, all’epoca dei fatti di stanza proprio nella zona di Ypres, fu ben lieto di ricominciare a sparare, avendo criticato con violenza quella “stupida tregua”. Il suo nome era Adolf Hitler. Di opinione opposta, invece, restò sempre Bertie Felstead, un signore inglese morto il 22 luglio 2001, a 106 anni. Bertie era l’ultimo reduce ancora in vita ad aver preso parte a una certa partita di calcio giocata in uno speciale giorno di Natale: la meno famosa, ma forse la più straordinaria della Storia.

La vera storia di Babbo Natale

La nascita del più famoso porta doni, tra folletti nordici e santi cristiani, fino alla Coca-Cola.

Quando è nato Babbo Natale? Anzi: quando, come e soprattutto dove? Tre Paesi (Norvegia, Svezia e Finlandia) si disputano la cittadinanza esclusiva e la paternità del personaggio simbolo del Natale laico. Che però è figlio di molti padri e molte patrie (inclusi gli Usa) e ha varie date di nascita, sgranate fra l'alba dei tempi e gli Anni '30 del Novecento. Insomma, l'odierno Babbo Natale è nato "a tappe" dalla sovrapposizione di personaggi diversi, fra qui vari genietti dei miti nordici e un paio di santi cristiani.

FOLLETTO. Non c'è dubbio che l'anziano dispensatore di doni abbia le sue radici nel Nord Europa, dove conta tre residenze "ufficiali", dotate di uffici postali dedicati, che gestiscono le lettere spedite dai bambini: in Finlandia c'è Rovaniemi, cittadina sul Circolo polare; in Svezia Tomteland, sul lago Siljan, a nord-est di Stoccolma; in Norvegia Drobak, sul fiordo di Oslo. La tripla residenza è logica, perchè Babbo Natale ha antenati in tutte e tre i Paesi: i tomten in Svezia, i nissen in Norvegia e joulupukki in Finlandia.

I tomten e i nissen sono folletti della mitologia vichinga, che secondo la tradizione vivono sotto le abitazioni degli uomini e campano dei loro avanzi. Per questo nelle campagne scandinave, ogni giovedì sera, per tutto l'anno i bambini mettono fuori dalla porta i resti della cena. I folletti ricambiano in inverno, portando loro dei doni. Quanto a joulupukki, porta doni a sua volta, ma è una capra che secondo un'antica leggenda lappone vivrebbe sulla Korvatunturi, una strana altura a forma di orecchia, a ridosso del confine russo.

COLLEGHI. A questi portatori di doni dal Dna pagano si sono affiancati due "colleghi" cristiani: san Basilio nel mondo slavo e san Nicola in quello germanico. Il primo, in origine, non girava per le case a Natale, ma a Capodanno. E tutt'ora il secondo fa lo stesso il 6 dicembre, vestito da vescovo e in compagnia di un diavolo (Krampus). Si tratta di figure ben diverse dai folletti nordici, eppure propio san Nicola (in olandese Sinter Klaas, storpiato poi in "Santa Claus") ha finito per fondersi coi tomten-nissen.

FATTO VERDE. Ma dove ha avuto luogo l'improbabile sovrapposizione? In America, a inizio '800: la più antica traccia scritta di questo "sincretismo" è una poesia pubblicata nel 1823 sul Sentinel, un giornale di Troy (New York) è dedicata a un "Santa Claus" che però somigliava ai nissen e viaggiava su una slitta con renne. L'iconografia saltò il fosso più tardi, nel 1875, quando una pittrice svedese, Jenny Nystrom, lanciò una serie di cartoline augurali con le prime immagini di un Babbo Natale moderno, ma che vestiva di verde. Fu l'illustratore americano Haddon Sundblom, nel 1930, a codificare l'abito biancorosso che conosciamo. Perchè la scelta? Perchè la committente di Sundblom era la Coca-Cola, che usò poi Babbo Natale come testimonial fisso della sua bibita, venduta in lattina con gli stessi colori. Così Santa Claus partì alla conquista del mondo, in tandem con la Coca. Cui il mondo comunista reagì rispolverando la figura di Ded Moroz (Nonno Gelo).

Tratto da "Focus Storia", dicembre 2009