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lunedì 31 ottobre 2011

La storia del cioccolato

L'idea di questo post è nata da alcune discussioni fatte  in un piovoso pomeriggio di ottobre fra me e mio fratello, col quale  condivido una comune passione: il cioccolato. Come si sa la passione spesso induce a soddisfare le proprie voglie, così abbiamo immaginato un luogo dove vivere e saziarci di questo, insieme ai nostri amici con la medesima passione. Questo vuole essere lo spirito che anima la mia ricerca per conoscere dove nasce e come si evolve una meraviglia della natura, un tesoro del gusto nel percorso dei tempi, e come ha cambiato il palato di piccoli e grandi.
Furono i Maya i primi a scoprire la bontà dei semi di cacao (cacaoyer) 600 anni prima di Cristo. Questa popolazione preparava una bevanda mescolando la polvere dei semi tostati di cacao, acqua e spezie. Le leggende sostengono che il seme della pianta del cacao era stato portato dal paradiso e che la saggezza e la potenza venivano dal consumo del frutto dell'albero del cacao.

Oltre ad essere un alimento, il cacao era per i Maya anche una moneta e con gli Aztechi, il cui sistema monetario era proprio basato sulle fave di questa pianta, entrò definitivamente nella storia. Molti indigeni erano spensierati e preferivano bere il cacao piuttosto che arricchirsi. Hernandez (1572) riporta che gli indigeni avevano una vita allegra, non si preoccupavano dell'avvenire e godevano dei beni temporali della natura utilizzando i semi del cacao al posto della moneta. Un esploratore del Centro America scoprì che con 4 semi di cacao si poteva comperare un zucca, con 10 un coniglio, con 12 una notte con una concubina, e con 100 uno schiavo.
Gli Aztechi associavano il cioccolato a Xochiquetzal, la dea della fertilità. Nelle Americhe il cioccolato, dopo essere stato tostato, macinato, mescolato con un liquido e sbattuto fino a diventare spumoso, il cacao veniva servito come xocolatl, spesso aromatizzata con vaniglia, peperoncino e pepe. Questa bevanda dall'aspetto schiumoso, amara e scarsamente gustosa somigliava molto poco al cacao dolce e gradevole che apprezziamo tutti, tuttavia gli Aztechi consumavano il xocolatl per eliminare la fatica, stimolare le forze fisiche e mentali, e consentire, così, la trascendenza. Altri modi di preparazione combinavano il cioccolato con la farina di mais ed il miele.
La leggenda narra che, molti secoli or sono, una principessa, lasciata a guardia delle ricchezze dello sposo, un grande guerriero partito a difendere i confini dell'impero, venne assalita dai nemici che, invano, tentarono di costringerla a rivelare l'ubicazione del tesoro. Per vendetta venne uccisa e, dal sangue versato dalla fedele sposa, nacque la pianta del cacao, il cui frutto nasconde un tesoro di semi, “...amari come le sofferenze dell'amore, forti come la virtù, lievemente arrossati come il sangue”.
Con questi frutti, il marito Topiltzin Quetzalcoàtl (“Serpente Piumato”) volle riconoscere ed esaltare la fedeltà pagata con la morte, dell'amatissima moglie. La stessa fedeltà che, nell'immenso impero azteco, legava i sudditi all'imperatore.
Il vedovo Quetzalcoatl, ammalato e sofferente per la terribile perdita,un giorno bevve una pozione magica offertagli da uno stregone che invece di guarirlo lo portò a smarrire completamente il senno.
Si narra che il povero re fuggì verso il mare, dove trovò una zattera di serpenti aggrovigliati e si allontanò scomparendo misteriosamente.
Ma prima di abbandonare quel mondo, Quetzalcoàtl promise che avrebbe fatto ritorno per riprendersi il suo regno, nell'anno posto sotto il segno del Ce-acatl.
Il seme dell'albero di cacao fu chiamato, in suo onore, dapprima cacahualt e poi chocolatl.
 Secoli più tardi, nel 1519, anno sotto il segno del "Ce-acatl", una grande nave carica di uomini con scintillanti armature come scaglie di serpente ed elmetti piumati, fece la sua comparsa vicino alla costa orientale del regno azteco.
Immediatamente l'imperatore Montezuma credette alla profezia ed accolse pacificamente quella nave pronto a restituire il regno al Dio Quetzalcoàtl.
Sul battello però non vi era il Dio azteco ma un conquistatore spagnolo: Hernàn Cortès.
Vennero offerti molti doni quali oro, argento, pietre preziose, schiave e... cesti pieni di semi di cacao.
Cortès scriveva a Carlo V: "una tazza di questa preziosa bevanda consente ad un uomo di sopportare un'intera giornata di marcia senza prendere altri cibi". Cristoforo Colombo portò con sè alcuni semi di cacao da mostrare a Ferdinando ed Isabella di Spagna, ma fu Hernando de Soto ad introdurre il cacao in Europa più diffusamente.
Alcuni frati spagnoli, grandi esperti di miscele e infusi, sostituirono gli ingredienti originari (achiote, fior di spigo, sapodilla, mais, miele, chili e pepe garofanato) con lo zucchero di canna e la vaniglia, creando una bevanda dolce e gustosa. A loro va anche il merito di aver subito capito l'alto potere nutrizionale del cioccolato, tanto da utilizzarlo come sostegno alimentare durante i lunghi periodi di digiuno.
In Italia, e precisamente in Toscana si cominciarono ad aggiungere alcuni particolari ingredienti: le scorze fresche di cedrata e limoncello, aromi di gelsomino, cannella, vaniglia, ambra e muschio. Diluito con il latte, e non più con l'acqua, la bevanda al cioccolato prese il nome di “cioccolatte”.
I Gesuiti diedero il via libera all'uso della cioccolata in Chiesa, e contribuirono al commercio tra l'America latina e l'Europa dove il "cioccolatte" si diffuse velocemente: alla bevanda, infatti, venivano attribuite doti taumaturgiche, medicinali e persino afrodisiache. I Dominicani, appartenenti ad una tradizione religiosa più severa e rivaleggiante con quella della Compagnia di Gesù, si opposero alla diffusione della cioccolata adducendo, come pretesto, il fatto che essa potesse riscaldare eccessivamente il sangue.
A Londra le bevande al cacao venivano vendute in locali pubblici specializzati: i “chocolate-drinking houses”
Al 1671 risalirebbe, invece, l'invenzione del primo cioccolatino: un aiutante di cucina, versando per sbaglio dello zucchero caldo su alcune mandorle, avrebbe creato involontariamente un nuovo alimento, tanto gustoso che il Duca di Plesslin-Praslin, una volta assaggiatolo, avrebbe poi deciso di chiamarlo con il suo nome. E fu così che nacquero le "praline".
Verso la fine del XVII secolo, a Torino si sarebbero addirittura prodotte 750 libbre di cioccolato al giorno, cioè 350 kg, che in parte venivano esportate.
Soltanto nel 1755 gli Stati Uniti d'America si ricordarono del cacao e divennero, dopo qualche decina di anni, il paese prevalente nella sua produzione. Nel 1780 venne prodotto, a Barcellona, il primo cioccolato industriale.
In Olanda, Van Houten inventa una macchina per estrarre il burro di cacao, la bevanda comincia a diventare più fluida e quindi più gradevole.
Alla fine del 1800 lo Svizzero Daniel Peter aggiunge al cioccolato del latte condensato, ottenendo un cioccolato al latte di consistenza solida. Sempre alla fine del 1800, un altro svizzero, Rudolph Lindt, sviluppa un metodo nuovo ed originale per raffinare il cioccolato, il risultato è un prodotto finito estremamente fine: è il cioccolato fondente.
Nel 1946 Pietro Ferrero inventò una crema di cioccolato e nocciole che chiamò Pasta Gianduja con l'intenzione di venderne qualche chilo ai pasticcieri di Alba: il prodotto ebbe un successo superiore a ogni aspettativa e qualche anno dopo, nel 1964, ne nacque la Nutella, che divenne popolare in tutto il mondo.
Si racconta che Napoleone dopo un'estenuante giornata bevesse una gran tazza di cioccolata calda per ritemprarsi nell'anima e nel corpo.
Il marchese De Sade riteneva che il cioccolato fosse afrodisiaco mentre Gabriele d'Annunzio mangiava quadretti di fondente prima di incontrare le sue amanti. L'effetto afrodisiaco sarebbe dovuto alla presenza nel cacao di feniletilamina, la sostanza che ha effetti euforizzanti (analogo a quello delle anfetamine) e viene prodotta dall'organismo quando scatta il colpo di fulmine! Nel cacao, quindi, sono presenti importanti sostanze psicoattive come le teobromine e la caffeina, eccitanti e stimolanti il respiro, l'attività cardiaca ma soprattutto la funzione muscolare. Tutte le moderne ricerche hanno dimostrato che il cioccolato, in giuste dosi, non solo non è pericoloso, ma può anche apportare parecchi benefici all'organismo fa bene persino ai denti.

giovedì 20 ottobre 2011

La sofferenza

Anche la sofferenza fa parte del grandioso e misterioso dono di Dio. Non possiamo sottrarci al suo inesorabile volere. Solo imparando ad accettarla si cresce.
Grandi pensatori dicono che si rimane bambini perchè non si riesce ad affrontare le difficoltà, ma le si evitano. Penso abbiano ragione. Girare intorno al problema non fa che aumentare quel senso di frustrazione che cresce in noi quando siamo privati di qualcosa. Costruirsi attorno un piccolo Paradiso materiale, esente da qualsiasi ombra: più si fa finta che la sofferenza e il dolore non esistano, più essi si sedimentano in zone più oscure della nostra anima.
Affrontare la sofferenza, attraversarla e scoprire i frutti positivi è molto difficile, specie in una società orientata alla sua cancellazione e dedita all'esaltazione del divertimento. Così viene spinta in recessioni sempre più profondi, sempre più nascosti agli altri. Mostrare la sofferenza, al giorno d'oggi, è il vero tabù.
Si nasconde come se fosse una colpa. E la colpa diventa vergogna. Essere sofferenti e mostrare una debolezza agli altri.
Propio quando diventa insostenibile arrivano quei momenti che chiamiamo 'crisi' (in greco vuol dire 'scelta'), passaggi assai dolorosi, nei quali però, chissà come, fioriscono le cose più belle della vita.
All'interno della sofferenza di ogni singolo uomo, viene naturale porsi una domanda: 'Perchè?'
L'uomo soffre sapendo di soffrire, è ne chiede il perchè; soffre in modo ancor più profondo se non trova una risposta soddisfacente, sia quando lo pone all'uomo, sia quando lo pone a Dio.
E' difficile.
L'uomo non pone questo interrogativo al mondo, perchè sa che la maggior parte della sofferenza è causata da esso, ma lo pone a Dio come Creatore. L'esistenza del mondo, con la sua quotidiana drammaticità, apre lo sguardo dell'anima 'umana' all'esistenza di Dio.
L'uomo rivolge a Dio la domanda. E Dio aspetta la domanda...

lunedì 10 ottobre 2011

Il discorso di Steve Jobs alla Stanford University

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra
laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai
laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più
avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre
episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi
sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo
definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica
era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava
ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato
affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua
moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero
preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei
“veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione,
furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un
bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero:
“Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia
mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai
diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per
l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei
genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi
un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei
genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi,
non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella
mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo.
Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano
risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che
tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca,
ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia
mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle
lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano
interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel
dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo
indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent
di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica
camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente
nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle
cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel
periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un
esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori
corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni
cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i
miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi,
decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto
di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come
variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende
la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così
artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e
trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione
pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo
computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo
computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac
non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se
Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se
non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i
computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono.
Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di
cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle
dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando
avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia
che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo
unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro
karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo
approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia
vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella
vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei
genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni
Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due
miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato
la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima, e avevo appena
compiuto trent’anni... quando venni licenziato. Come può una persona essere
licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò
assumemmo una persona - che pensavamo fosse di grande talento - per dirigere la
compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le
nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo.
Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui.
Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva
focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu
devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche
mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che
avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con
David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto
così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a
pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada
dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla
Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora
innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere
licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La
pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un
iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia
vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT,
un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe
diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente
creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior
successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò
NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore
dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida
famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe
accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un
saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita
vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono
convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore
per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto
per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro
occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne
davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un
gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa
per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di
cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le
grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi
continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che
recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai
azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi
trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto:
“Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per
fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni
consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile
che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita.
Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e
l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla
morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state
per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla
convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione
perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una
scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel
mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I
dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e
avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi
consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i
medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai
tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi
mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la
cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi
‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In
seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella
gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda
nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale,
ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al
microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si
trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così
mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla
morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi
ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo
un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in
paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte
rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai
sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore
invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del
vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un
giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e
sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la
verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la
vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a
vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle
opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante,
abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi
guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare.
Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si
chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia
generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo
Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine
degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le
macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di
Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era
idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole
Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale.
Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella
quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di
campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se
siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati.
Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel
giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro
questo a voi.
Siate affamati. Siate folli.
Omaggio ad un personaggio che ha contribuito
all'innovazione mondiale dell'informatica e della tecnologia.
Lui ha cambiato il mondo,
non possiamo sottrarci ha questa realtà.
Lui non era la classica pecora, lui non seguiva il gregge,
ma, era quella che percorreva il pascolo per conto suo.
Diceva:
"Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore perchè lui sa già quello che volete avere".
Quant'è vero!
Scelse la mela addentata per la sua azienda perchè simbolo di conoscenza.
"Il segreto del mio successo?
Non accontentarsi mai", diceva.
La sua storia è la mia storia.
Non ha mai terminato gli studi, ma con la sua capacità e forza di volontà
ha creato la sua felicità.
E' anche grazie a lui che è nato il mio blog.

giovedì 6 ottobre 2011

Non giudicare mai troppo in fretta

Un uomo aveva quattro figli.
Voleva che imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente.
Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa...
Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in estate, il più giovane in autunno.
Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il grande disse che l'albero era brutto, spoglio e ricurvo.
Il secondo disse che era pieno di gemme e promesse di vita.
Il terzo non era daccordo. L'albero era pieno di fiori, profumato e bellissimo, era la cosa più bella che avesse mai visto.
Il più piccolo aveva un opinione ancora diversa. L'albero era carico di frutti e pieno di vita, di realizzazione.
L'uomo spiegò ai suoi figli che tutti avevano ragione, infatti avevano osservato solo una stagione della vita dell'albero.
Disse loro di non giudicare un albero o una persona solo in una stagione, che l'essenza di ciò che una persona è, la gioia, l'amore, la realizzazione che viene dalla vita possono essere misurate solo alla fine quando tutte le stagioni sono complete.
Se ti arrendi quando è inverno, perderai la speranza che regala la primavera, la bellezza della tua estate, la realizzazione del tuo autunno.
Morale:
Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo.
Non giudicare la tua vita in una stagione difficile.
Persevera nelle difficoltà... il meglio deve ancora venire!!!
Preso da una bacheca su facebook

domenica 25 settembre 2011

I profumi e i colori dell'autunno...

Ecco quì... i colori caldi dell'autunno.
Già lo si intravede nei tramonti sempre più precoci, nelle temperature che scendono, nelle piogge più insistenti, nella natura che perde quel suo verde carico abbagliante. E' già tempo di nuovi progetti.
Ogni stagione porta con sè un'idea di rinascita e di rinnovamento. E anche l'autunno, malgrado il sole più tenue, e il clima più inclemente, inducano una certa malinconia. E' una stagione di nuovi inizi e di nuovi propositi.
Ad annunciare l'autunno ci pensano pure gli animali. Molte specie iniziano il letargo, ma chi abita in città, conducendo una vita sempre più artificiale, non ha modo di accorgersene.
I profumi del mosto che fermentano nelle cantine danno il benvenuto a nuove piogge.
Trascorro questa stagione beatamente, in una Grottaglie deserta dall'arrivo delle prime piogge e della scuola che impegnano i ragazzi nei mesi freddi.
L'autunno si sente in tutte le cose. dalle case, dall'asfalto, dall'aria.
Le case sono tutte aperte al mattino, a quest'aria leggera e dolce che sorvola giardini e piazze ed entrano nelle finestre spalancate.
L'odore di certe giornate d'ottobre sa di terra smossa, di fresche ghirlande, di dolci marmellate di mele cotogne, di castagne arrostite, di camini dove scoppiettano fuochi allegri, di selvaggina, di arance e mandarini...
L'autunno marcisce deliziosamente in questi odori.

lunedì 12 settembre 2011

L'uomo

L'uomo sogna il cielo,
ma ama la terra.
vuole conoscere Dio,
ma si ribella alla sua ultima inesorabile chiamata.
Vuole più l'eternità dell'anima.
Vuole l'infinito nel finito.
Di quì le sue insicurezze, le sue angoscie,
le sue lacrime.

venerdì 9 settembre 2011

Cari mamma e papà,

solo a voi, che mi leggete nel cuore, vorrei dedicare questo spazio...
Venite da me, mi va di parlare.
Vorrei dirvi tante cose, ma saranno più quelle che non vi dirò, perchè un mare di parole potrebbe sommergere l'essenziale. Vorrei ringraziarvi per avermi amato fin dal primo palpito, penso di non averlo fatto mai. Voi direte che non c'è bisogno e che quello che avete fatto e farete non smetterete mai, perchè non si smette mai di essere genitori.
Non vi dirò che siete degli angeli perchè non sono esseri di questo mondo ed io voglio che restiate sulla Terra con me perchè ho bisogno di voi. Le vostre braccia sono sempre un rifugio e un appoggio per me. Il bene che farò in futuro nascerà spontaneamente dall'amore che voi avete seminato nel mio cuore, ed è da quì che coglierò la forza per affrontare le durezze della vita.
Vi voglio tanto tanto tanto bene.
Lux

lunedì 5 settembre 2011

Il mio piccolo paniere

Giorni fa mi sono fatta una domanda... "Cosa lascerò dietro di me quando me ne andrò?".
Al momento, non ho saputo rispondere. Ma l'indomani mattina ho sentito qualcosa nella mia mano sinistra.
Era un piccolo paniere...
All'interno c'erano dei "rimpianti" ... degli ... "avrei dovuto"... "Se avessi saputo"...
Questo paniere era completamente inutile.
A cosa servono tutti questi rimpianti?
Subito l'ho lasciato cadere, ed è scomparso per sempre.
Poco tempo dopo, ho sentito qualcosa nella mia mano destra. Era un altro piccolo paniere.
Guardando più attentamente erano delle cose che avevo ricevuto, e che avevo conservato lì, nel corso della mia vita...
Dei sorrisi... delle carezze... dei gesti... delle parole d'amore... delle belle riunioni... delle cene... delle telefonate... degli sguardi... e altro ancora...
Ce n'è per tutti, dai più piccoli ai più grandi.
E' piccolissimo il mio paniere, ma è unico ed è Mio.
Continuo a riempirlo con molte gioie. Lo chiamo il mio paniere di gesti d'amore...

sabato 3 settembre 2011

Il dolore?

Una ferita. Un abbandono. Un bene che ti sfugge. Un amore che finisce. Un'amicizia che si frantuma. Una dignità colpita. Una malattia. Oppure il non aver amato abbastanza. L'essere riusciti a perdere per vincere. Il dolore per il tanto male che ogni giorno viene commesso. Come una prepotente fiamma ti raggiunge fino all'anima, occupa la tua mente, dilania il tuo corpo, percorre la tua pelle.
Il dolore c'è.
E' scritto nel nostro limite umano. A te , a me, a ciascuno la scelta.
Si può accogliere come compagno 'prezioso' di vita e farne punto di forza per uscire 'vittoriosi' dalla battaglia della vita, come elemento che ti scava fin nelle profondità e tu con esso, visitando le tue energie migliori e scorgendo meraviglie che prima non conoscevi così bene.
Le parole di Dietrich Bonhoeffer possono aiutarci a penetrarne il mistero:
"E' infinitamente più facile soffrire ubbidendo a un ordine dato da un uomo, che nella libertà dell'azione responsabile personale.
E' infinamente più facile soffrire comunitariamente che in solitudine.
E' infinfinitamente più facile soffrire nel corpo che nello spirito.
Cristo ha sofferto nella libertà, nella solitudine, appartato e nella vergogna, nel corpo e nello spirito, e da allora molti cristiani con Lui".

mercoledì 31 agosto 2011

Il dolore

La vita umana oscilla, come un pendolo,tra il dolore e la noia: dei sette giorni della settimana, dice Schopenhauer, sei solo di dolore e di bisogno, è il settimo è di noia. Il dolore però non riguarda soltanto l'uomo ma investe ogni cosa. Tutto soffre, dal fiore che appassisce all'animale ferito; e se l'uomo soffre di più e perchè, avendo maggiore consapevolezza, è destinato a patire maggiormente l'insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali. Per la stessa ragione il genio, avendo maggiore sensibilità rispetto agli uomini comuni, è votato ad una maggiore sofferenza. In tal modo, Schopenhauer perviene ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo ma nel principio stesso da cui tutto dipende.

domenica 28 agosto 2011

Il rimpianto

Forse siamo troppo occupati a sopravvivere se mentre ci regalano un sorriso non lo notiamo nemmeno. E quando un bivio davanti a noi ci confonde il cammino raramente ci lasciamo guidare dalla voce del cuore. Ci angosciamo al pensiero di quello che dobbiamo lasciare, preoccupati all'idea di dover scegliere senza capire che potrebbe essere una svolta importante in questo nostro splendido viaggio.
Quando scorgiamo una mano tesa, non sempre siamo disposti a stringerla, preoccupati di comprendere l'intenzione del gesto, senza valutare che può essere la vita e la gioia che solo un emozione può assicurare e difendere.
Eppure lo sentiamo il calore del fuoco! Ma per paura delle bruciature che ne possono derivare permettiamo al freddo di travolgerci.
Se nell'incertezza creiamo intorno a noi delle barriere sulla vetta più elevata, dove la purezza è incontaminata, avvertiremo solo il gelo dell'inverno.
Abbiamo a disposizione il mare e non scorgiamo quell'alba che si spinge avanti oltre le onde e lo scuro della notte.
Conosciamo l'intensità del cielo, ma ci attira solo quella nuvola grigia.
Ci è offerta la felicità, ma non siamo in grado di allontanare l'inquietudine serrando gli occhi davanti al cambiamento per il timore di osare.
Ci riserviamo quella lacrima perchè levi quel vuoto, ma per quale ragione?
Quando ci regalano un sogno non svegliamoci troppo presto, abbracciamolo!
Non aspettiamo domani per comprendere che quel bivio bisogna volerla e conquistarla.
Il treno della vita intanto, sarà sfrecciato sfiorandoci, di quel crocevia lontano, rimarrà il ricordo per una scelta...
... o forse per un rimpianto!

domenica 21 agosto 2011

Sorridi...

Sorridi... anche se il tuo cuore soffre...
...sorridi, anche se c'è rottura.
Quando ci sono nuvole nel cielo supererai... se sorridi.
Attraverso la paura e il dolore... sorridi...
e forse domani vedrai il sole venirti incontro splendente... per te...
... illumina il tuo volto con gioia...
...nascondi ogni traccia di tristezza,
anche se una lacrima è tanto vicina,
questo è il periodo in cui devi continuare a tentare.
...sorridi, a che serve piangere?
Troverai che la vita vale sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi.
Questo è il momento nel quale devi insistere...
... sorridi, che senso ha piangere?
Troverai che la vita val sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi!

lunedì 15 agosto 2011

Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

Paul Gauguin, famoso pittore francese del XIX secolo, ad un certo punto della sua esistenza lasciò l'Europa per andare a cercare un "paradiso di felicità" in un'isola del Pacifico meridionale, come dice la sua biografia, egli desiderava trovare riparo dai dannosi effetti della civiltà. L'artista, col tempo, dovette riconoscere che anche sulle isole tropicali la morte aveva sempre la meglio sulla vita, che i problemi economici si erano trasferiti insieme a lui dalla Francia accompagnati dai suoi problemi di salute. Quando arrivò a queste deludenti conclusioni dipinse un quadro che intitolò "Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?", con il quale l'artista cercò di esprimere la sua incapacità di comprendere il mondo.
La maggioranza dei cristiani sa che le risposte agli interrogativi sulla vita formulate da Gauguin nei suoi dipinti, e da altri prima e dopo di lui, si trovano nella Bibbia. Essa insegna che indipendentemente da dove, nel Pacifico o in qualsiasi altro luogo, è solo vivendo in armonia con il nostro creatore che possiamo trovare vera felicità. Ma cosa accade quando forti convinzioni di fede e di tradizione, radicate profondamente nel cuore della gente umile sono messe in dubbio da scienziati e studiosi? Se alla domanda "Da dove veniamo?", non potessimo più rispondere "Da Dio, il nostro creatore", ma fossimo persuasi a rispondere "dalle scimmie", come risponderemmo alle domande successive "Che cosa siamo e dove andiamo?". Di certo è molto importante avere le idee chiare su questo argomento: "Come ha avuto origine la vita, per evoluzione o per creazione?".
"Evoluzione è sinonimo di trasformazione, e la base dell'evoluzione è la trasmissione ereditaria dei caratteri, in altre parole, il fatto che tale trasmissione può subire mutazioni casuali per l'interazione con l'ambiente; sono queste mutazioni casuali che possono aprire nuove linee evolutive per la specie", questa è la definizione apparentemente semplice che l'Enciclopedia multimediale dà all'evoluzione.
Il famoso naturalista Charles Robert Darwin afferma che tutti gli esseri viventi deriverebbero da organismi antenati comuni, a loro volta evolutisi da cellule primordiali. Esistono varie teorie a riguardo, ma il Darwinismo punta sulla selezione naturale come conseguenza di una lotta per la vita. Stando a tale teoria, tutti gli organismi derivano da uno stesso gruppo di organismi originari. A parere di Darwin per lunghi periodi, i membri di una stessa specie non si modificano, ma sporadicamente compaiono individui diversi che possono dar luogo ad una nuova specie che rimpiazza la precedente o vive insieme con essa. Il processo avviene per una mutazione nel patrimonio genetico. Le mutazioni sono casuali e inevitabili. Alcune producono individui malati o inferiori, altre individui più adatti dei precedenti all'ambiente naturale. Darwin definì selezione naturale quell'insieme di processi che fa sopravvivere solo gli individui più adatti. Mutazioni casuali e selezione naturale producono quindi l'evoluzione. Nonostante Darwin sia vissuto all'inizio del 1800, le sue teorie sono fonti di attualissime discussioni. Nel 68° numero di "Quark", un articolo, intitolato "L'evoluzione, quella legge che spiega ogni cosa", dopo aver parlato della visione scientifica darwiniana, secondo la quale la vita ha avuto origine dalla casualità, afferma che lo spirito darwiniano non è un atteggiamento antireligioso o ateo e non sostiene che Dio esiste o no esiste (...); chi ha questo principio s'ispira; vuole provare a capire il mondo che ci circonda con la forza della ragione, indipendentemente da forze animiste o magiche o comunque sovrannaturali. Forse chi ha scritto questo articolo desiderava creare un punto comune con chi crede nel Creatore, ma probabilmente ha trascurato la possibilità di poter, con queste parole, turbare la loro sensibilità.
Come potrebbe coincidere l'esistenza di Dio con la teoria evoluzionistica di Darwin?
Questo porterebbe portare a pensare che l'uomo e la donna sono venuti all'esistenza sulla terra per merito di un'innumerevole serie di improbabili e complesse casualità e che da qualche parte in cielo c'è un Dio, creatosi anch'esso per caso, a cui l'uomo non deve nulla. Molto probabilmente non sarà il metodo scientifico basato sull'osservazione e la verifica sperimentale ad affermare con certezza che siamo stati creati da Dio, ma possiamo avere altri tipi di prove. Nel periodo in cui visse Darwin la maggior parte delle persone, era stata contagiata dalle idee positiviste, perciò le idee religiose potevano essere considerate leggittime, ma non appartenevano alla vera conoscenza in quanto non scientifiche. La storia c'insegna che questa corrente ideologica si banalizzò presto per la sua fiducia un pò troppo ingenua nel progresso. Oggi fortunatamente, esistono degli scienziati credenti come Marco Bersanelli che nel suo articolo dell'1/9/2006 intitolato "L'arco della domanda. Creazione ed evoluzione" afferma: "La ragione umana è più grande della ragione scientifica, ed è alla ragione umana nella sua interezza che è affidata la possibilità di riconoscere il creatore dal segno della creatura. Dio ha preferito non imporsi all'uomo con il vincolo di una dimostrazione, ma ha voluto sottoporsi al rischio del riconoscimento da parte di una creatura libera".
Alcuni fisici credono che Dio potrebbe aver prodotto direttamente i vari elementi chimici che compongono il nostro pianeta, altre teorie scientifiche ipotizzano che la terra potrebbe essere formata da materie espulse durante l'esplosione di una stella, qualsiasi sia il modo con cui Dio abbia creato la terra e l'essere umano, l'elemento fondamentale per rispondere alle restanti domande "che cosa siamo e dove andiamo?" è l'amore che Egli prova per noi. Noi siamo l'espressione del Suo amore e l'incontro tra fede e ragione sta nel fatto che Dio, nostro creatore, ha posizionato il sole alla giusta distanza dalla terra affinchè noi ci riscaldassimo senza bruciarci. Sta a noi ora identificare il sole come una semplice stella con le sue leggi e definizioni scientifiche o come un dono di Dio, ma certo non possiamo affermare che sia venuto all'esistenza per caso.

martedì 12 luglio 2011

Un anno insieme

Oggi, in questo giorno particolare, vorrei parlarvi di un cartone che mi ha dato ispirazione all'introduzione di qesto post e parlare del primo anno insieme con il mio blog.
Avete mai visto Kungu fu Panda?
Vi è piaciuto?
Sono sempre convinta che i cartoni di vecchia data siano i migliori, ma alcuni dei tempi attuali danno l'idea di regalare perle di saggezza.
Nei cartoni attuali non c'è più la strega cattiva che è solo cattiva, oggi c'è il cattivo di cui conosciamo il passato e l'evoluzione psicologica. Oggi non c'è più il principe azzurro, ma un essere vicino alla realtà.
Kungu fu Panda riprende la realtà e la tartaruga saggia gli fa da coach.
Ecco una delle parti che mi è piaciuto di più del cartone animato.
Sarà per deformazione professionale...
"Vedo che hai trovato il sacro pesco della celestiale saggezza"
dice il saggio.
Il Panda lo guarda e in effetti ha la bocca piena.
"Capisco tu mangi quando sei sconvolto".
Il Panda nega e non vuole raccontargli che è sconvolto e che oggi ha fatto schifo e che forse dovrebbe ritornare a fare spaghetti...
Forse dovrebbe "mollare"...
"Mollare o non mollare. Spaghetti o non spaghetti".
"Ti preoccupi troppo di ciò che ERA e di ciò che SARA'.
C'è un detto: ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi...
...oggi è un Dono, ecco perchè si chiama presente!".
(Maestro Hoogwai)
E quì si conclude la parte del coach tartaruga.
Hai notato come il Panda è concentrato? Come la tartaruga, anche se il Panda nega, prosegue con un tono dolce è rassicurante? Insomma, come la tartaruga (e il suo disegnatore, naturalmente) calibrano i tempi e i movimenti, come ho sempre cercato di fare con il mio blog.
Penso che è nell'oggi che bisogna vivere, e costruire giorno dopo giorno quel mistero che è il nostro futuro. Se non si sceglie di sentirsi bene in questo momento, come si può creare momenti futuri che siano prosperi e lieti?
Carissimo blog,
un anno è passato dalla tua creazione.
Grazie a te ho detto tante cose e molte ne ho ancora da dire.
Insieme abbiamo passato momenti belli e brutti. Pieni di ricordi. Sei sempre stato il mio diario virtuale. Insieme siamo cresciuti, abbiamo riso, scherzato e pianto insieme.
Un anno con te è volato via come un sospiro, un soffio d'aria, passato su dei petali sbocciati a primavera, dove di profumo s'inebria il mio respiro, e dei sogni hai fatto mondi di colori, come ali di farfalla in un mattino, quando raggi di sole legano silenzi, perchè un pulsar del cuore sia la serenata nel cammino.

domenica 19 giugno 2011

Il male di vivere

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, la nuvola, e il falco alto levato.
E.Montale, Ossi di Seppia, 1925
E' difficile, percorrendo velocemente il fiume della nostra letteratura, trovare un momento più preciso, uniforme nella propia diversità e corale come quello in cui i Poeti italiani del Novecento si sono incontrati sotto una categoria che, attingendo dalla famosa poesia di Montale, è stata definita il "male di vivere".
I poeti non vivono le loro esperienze da soli, anche se così può sembrare, sono espressioni dell'umanità che vive insieme a loro, sentono con più precisione e drammacità a volte, ma spesso con maggiore lucidità, quello che sentiamo noi. Vivono, capiscono, e attraverso la forma artistica esprimono quello che noi uomini ancora non ci accorgiamo di provare e di vivere. Per questo li leggiamo e per questo i più grandi fra loro rimangono fermi nella memoria storica e nel cuore dei singoli con parole che segnano.
Il cavallo "stramazzato" di Montale è forse l'emblema più chiaro di questo dolore cattivo, che giunge ineluttabile come la morte, ma con un di più di crudeltà che è dato dal fatto che nessuno l'ha ucciso, ma la vita stessa, con la stanchezza che si trascina, l'ha privato della sua forza, come la foglia inaridita che cede senza capire perchè ha un destino incomprensibile di annientamento.
Questo potrebbe essere il "male di vivere" che follemente urla il protagonista del dipinto di Munch, simbolo di quando l'uomo smette di cercare di razionalizzare e di accettare, fintamente, che sia normale che il nostro io svanisca nella polvere del tempo come una foglia che contribuisce ad alimentare il ciclo della vita.
Cos'è il dolore quando lo si può ragionevolmente sopportare? Come può essere un bene che la foglia inaridisca, come si può sentire che quello che passa è perduto per sempre?
Il dolore lo si può vivere se c'è un senso, e il male di vivere è solo tristezza buona se c'è la consapevolezza profonda che niente passa mai e che tutto ha un significato preciso. La tristezza che è nostalgia, cede il passo alla certezza piena di speranza se la vita è un cammino verso una meta e non uno scorrere impedito del destino cattivo.
I poeti del Novecento hanno sofferto di questo Destino buono segnato dalla storia e dalla cultura occidentale che ha prodotto menti intelligenti e disperate che ci hanno detto cosa davvero stavamo vivendo senza accorgecene.

martedì 17 maggio 2011

Cassetta degli attrezzi

Che cos'è la favola
Le Favole sono narrazioni, per lo più di breve estensione, che hanno per protagonisti gli animali. A prima vista appaiono molto simili alle fiabe dato che, come le fiabe, raccontano una storia di fantasia, con sviluppo lineare e di grande lettura. Tuttavia le favole si caratterizzano per alcuni aspetti fondamentali.
  • In primo luogo, esse sono create da un determinato autore come prodotti letterari: sono nate, infatti, come testi scritti, vengono tramandati tramite la scrittura e sono destinate fruite mediante la lettura. Le fiabe, al contrario, nascono in una cultura orale e popolare, si diffondono e si tramandano oralmente, subendo anche modifiche o ampliamenti, sino a quando, eventualmente, vengano fissate nella scrittura da qualche letterato.
  • Inoltre, l'autore che compone le favole ha come scopo non quello di produrre narrazioni piacevoli, finalizzate al diletto degli ascoltatori o dei lettori, o di illustrare abitudini e costumi degli animali ma di evidenziare e colpire i comportamenti morali e sociali degli esseri umani. A questo fine, ogni storia vede per protagonisti quegli animali che meglio degli altri sono adatti a incarnare un difetto o una qualità, un vizio, un comportamento umano. Ad esempio, la volpe è il personaggio che simboleggia l'astuzia, il leone simboleggia la forza o la potenza, il corvo incarna la vanità e la stupidità, l'agnello simboleggia l'innocenza e spesso diventa vittima dei prepotenti, il lupo simboleggia la voracità da soddisfare anche con la violenza, il cane rappresenta la cieca fedeltà all'uomo, il bue la mitezza un pò stupida, la formica è per l'eccellenza il simbolo dell'economia, la cicala è il simbolo della della spensieratezza e della mancanza di previdenza, l'aquila rappresenta la capacità di sopraffare i deboli grazie ad una reale superiorità, e così via.
  • Sulla base delle caratteristiche dei singoli animali vengono istituiti anche i tipi di rapporti tra loro: in una favola si incontrano solitamente due personaggi dei quali il primo, che rappresenta l'aspetto negativo da condannare, si confronta con un altro, di caratteristiche opposte, che ha la funzione di fare emergere la negatività e talvolta la punizione del primo. Ad esempio, il mite ed innocente agnello viene sbranato dal famelico lupo, ma insieme dimostra la malvagità di quello, contro cui non esiste un'efficace difesa; la cicala, spensierata durante l'estate, arrivato l'inverno chiede inutilmente da mangiare alla prudente ed economica formica, della quale aveva deriso il lavoro durante l'estate; il leone si accorda con il lupo per catturare una preda, ma poi non la spartisce con lui e anzi lo minaccia con il suo prestigio da re della foresta.
  • In ogni favola l'animale che rappresenta il difetto da colpire e condannare finisce sempre punito, o perchè resta deluso nelle sue aspettative, o perchè va incontro a una sofferenza e talvolta alla morte. In questo modo si dimostra che ad una colpa segue sempre la punizione. L'autore delle favole, dunque, ha sostanzialmente un intento morale ed insegnamento.
  • Tutte le favole, infatti, contengono, solitamente alla fine e talvolta all'inizio, una morale, cioè il commento dell'autore, il quale dichiara ai lettori in modo esplicito qual è il difetto o il comportamento da evitare e condannare.
  • Le favole, dato che utilizzano, diffondendo e talvolta istituiscono l'associazione tra un animale e una specifica caratteristica, hanno contribuito a creare una serie di luoghi comuni e opinioni, talvolta anche errate, su taluni animali; queste opinioni e questi luoghi comuni si sono, tuttavia, fissati e tramandati nella mentalità e nelle culture, venendo a costituire gli stereotipi.

Il genere della favola è molto antico. Nella cultura occidentale troviamo le prime brevissime favole nei più antichi poemi greci di Omero ed Esiodo, dove esse sono inserite come brevi digressioni all'interno di un altro genere: il poema. Il primo e vero compositore di favole è Esodo, che ha fatto da modello per molti scrittori. Nel mondo romano le favole erano certamente diffuse; famoso è rimasto l'Apologo (una vera favola) che Menenio Agrippa (All'inizio del V sec. a.C.) raccontò ai plebei per convincerli ad interrompere il loro "sciopero" contro i nobili: quando gli arti del corpo "sciopereranno" contro lo stomaco rifiutando di portargi il cibo, si accorsero di indebbolirsi anch'essi e decisero di riprendere il loro lavoro.

Nel I sec d.C. Fedro compose un ampio volume di favole in versi, per le quali ebbe come modello Esopo, utilizzando come personaggi esemplari e simbolici sia gli animali che gli esseri umani.

Nei secoli successivi, e soprattutto nel Medioevo, la favola ha mantenuto la sua vitalità nella cultura europea, grazie alla sua capacità di consentire un insegnamento morale mediante storie gradevoli e apparentemente di facile comprensione. Una produzione particolarmente ricca di favole vi fu nel Settecento, in cui emergono specialmente G.E. Ledding in Germania e La Fontaine in Francia. La cultura del Romanticismo non coltivò la favola, sentita come troppo semplice e didascalica; il genere è stato ripreso nel Novecento da Trilussa, pseudonimo di Carlo Salustri, le cui favole in dialetto romanesco si avvicinano alla concezione della favola antica per lo spirito di critica pungente di vari aspetti della vita sociale.