Benvenuti nel mio blog

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giovedì 23 settembre 2010




L'autunno



Il 23 settembre ha inizio l'equinozio d'autunno, e termina il giorno del solstizio d'inverno, il 21 dicembre.
L'autunno è la mia stagione preferita, per i suoi colori in natura, che variano tra il rosso, il marrone, il giallo, l'arancione, il beige,... per il suo clima non afoso e i profumi che la natura ci regala. In particolare, nel mio paese, quando passeggi, o vai a fare la spesa, senti emanare dalle finestre gli odori tipici del nostro pane, le nostre caldarroste sul fuoco, i funghi grigliati, l'odore dei mandarini, fritti tipici del posto, torte calde... e poi la meravigliosa fragranza delle orecchiette con le cime di rape. Un piatto tipico pugliese che si sposa bene di questi periodi.
A tal proposito, vorrei proporre un testo che ho sempre adorato. Si tratta di una lettura di Romano Bilenchi: "Le stagioni".
In questa tematica si nota come l'autore si serva dei colori per descrivere le stagioni, che vengono descritte nel loro trascorrere, soprattutto come i colori che mutano da gradazioni tenui a tinte forti, dalla piena luce all'ombra e all'oscurità.

"La primavera e l'autunno erano le stagioni che duravano meno. Erano, fuorchè nei monti che sorgevano di là dalle colline, tante delicate e tenere, minacciate a ogni istante dal loro stesso progredire nei colori e nelle forme che creavano sulla terra, che per goderle accorrevo là dove mi sembrava fossero presenti più che in altri luoghi: nei campi, in cui nei campi le piante rinverdivano dopo l'inverno o appassivano dopo l'estate macchiando di giallo il terreno; sulla sommità delle colline d'un tratto folte e spoglie. Guardavo il sole precipitare oltre le colline e i monti. Nessuna novità poteva sfuggirmi: le macchie gialle nella uniformità cupa dei boschi; un raggio di sole che colpiva come una lama il fianco di una collina, un uccello nero e disperato che attardatosi nella sera si smarriva.

In primavera e in autunno la città ritrovava i suoi colori più veri, i colori delle materie con cui era costruita da secoli: mattoni, marmo e pietra: rosso, bianco e nero, grigio. il marmo e la pietra erano nudi e vivi come nelle cave delle colline e dei monti; i mattoni rossi come la terra che circondava la città. La primavera e l'autunno erano le stagioni che lasciavano intatti i colori dei palazzi, delle chiese e dei giardini. Il marmo occupa i luoghi preminenti della città, incastonato quale gemma nella massa dominante dei mattoni e della pietra.

D'inverno, ed era ancora pomeriggio, i lampioni venivano accesi presto perchè le strade della città si facevano subito buie. la loro luce schiariva gli alti palazzi di pietra e di marmo contro il cielo già cupo per le nubi grandi e pesanti che venivano ad addentrarsi su di essi, ampliava le austere facciate, le torri, i merli, accentuandone e indurendone le linee. I palazzi di mattoni si protendevano in avanti, chiudevano le strade , creando ombre più folte di quelle di una foresta; tutto era una muraglia spessa, implacabile, oltre e dentro la quale era perfino impossibile immaginare che esistessero terrazze, verande, piazze e giardini. Io pensavo che a noi giovani mancava di aver visto nascere una città. La città si raccoglieva su sé stessa e chiamava i suoi abitanti a immergersi nel chiuso delle sue mura. Allora scendevo il versante della vallata opposta a quella che custodiva la piscina. Un viottolo portava a un'altra fonte, anch'essa alta, a tre archi, e poi si perdeva nei campi. A poco a poco l'ombra invadeva la campagna lontana e vicina e si incupiva nel fondo della valle, dove boschi di lecci e di querce correvano a fare argini ai prati. L'ombra copriva le strade che morivano tra i campi, i fianchi delle colline. La valle da rossa e grigia di terra diventava turchina, contro un cielo violaceo e poi focoso. Tutto tornava infine nitido, approssimandosi la notte. Il bosco toccando il cielo lo tingeva di nero. Ogni albero era distinto dall'altro, le strade macchiate di sangue. Pensavo che le strade non avrebbero mai potuto proseguire oltre da dove si erano arrestati nei campi; anche i miei pensieri risentivano di quella fine improvvisa e imperscrutabile. Colmo di una vaga angoscia risalivo verso la citta".



venerdì 10 settembre 2010

Fare le "alici sotto sale"


Le acciughe sotto sale sono uno dei metodi di conservazione del pesce più antichi che ci siano. Si tratta di scegliere, pulire e salare il pesce, al fine di poterlo conservare a temperatura ambiente, in contenitori di vetro, fino a due o tre anni. Nella salatura delle acciughe, bisogna fare attenzione a diversi punti essenziali che sono: periodo in cui comprarle, freschezza del pesce, pulizia dalle interiora, salatura, desalatura, presentazione e consumo e altri esperimenti.

Nel mio paese, o nelle altre regione tipiche del meridione si usano farli nel periodo tra agosto e ottobre, quando l'aria si fa fresca, ma si può ancora godere di giornate gradevoli.
Dovete fare attenzione alla "luna piena", pare che in questo periodo non se ne trovano nel mare perchè sviano per la riproduzione, sono solo due settimane.

domenica 5 settembre 2010

La Corrida



Guardate tutti su http://iconsiglidellanonna-lux.blogspot.com/ le foto della corrida svoltasi ieri sera a Francavilla Fontana (BR).

Ha partecipato anche il mio fidanzato Antonio .
Questa è la coppa della vittoria.
Peccato che lui non abbia vinto, ma, credetemi, è stata già una vittoria vedere il mio amore sopra quel palco!

mercoledì 1 settembre 2010

Come mai quest'arte è stata dimenticata?

Ho voluto postare un articolo tratto da "Ricamo italiano" per associarmi alle idee di Lucia Mangiafico, una ricamatrice siciliana che fa parte dell'associazione "Mani d'oro". Combatte per il mondo femminile e per l'arte creativa.
Non è facile incitare i giovani ad appassionarsi a questi lavori. Ora l'industria ha sostituito tempo e denaro con le loro manifatture, ma non dobbiamo abbatterci. La creatività è utile per non far invecchiare il cervello, per avere sempre le mani occupate, per avere sempre tanti amici, per rinnovare le idee e utilizzarle in modo economico e utile, per saper sorridere,... e per evitare l'alzaimer in vecchiaia!

"Lungi dal voler impartire una lezione di storia, alla storia devo rivolgermi
per poter rispondere ad una domanda che mi viene posta
da più parti. È una domanda semplice da cui io stessa sono partita
quando mi sono “ infiltrata ”, mio malgrado, in un settore che, da
giovane e poi da adulta, ho appena sfiorato: il settore delle Arti Applicate
Femminili. “Perché l’attività artistica manuale, tradizionalmente
del mondo femminile, è andata ‘nel dimenticatoio’ ?”. E
quando parlo di “attività artistica manuale” mi riferisco al ricamo,
al merletto, al cucito e consimili poiché, bene o male, le rimanenti
produzioni artistiche hanno continuato a vivere nelle mani degli
artisti, mentre l’industria ha letteralmente divorato la raffinata produzione
propria della manualità della donna. Credevo che la domanda
avesse avuto una risposta nella stessa scolarizzazione
universale femminile, soprattutto attraverso lo studio della storia
ed invece, con mia grande sopresa, viene fuori da quelle donne che
operano nel mondo della scuola, le quali, per prime, sull’onda della
ricerca delle proprie radici, si accostano con struggente nostalgia
al mondo delle arti applicate femminili. Quando io dico che ho iniziato
a volerne sapere di più dell’artigianato femminile, aggiungo
che l’avere militato nel femminismo( a modo mio!) ha determinato
il cammino dei miei studi recenti, supportati dallo studio della storia
che, come docente di lettere, ho insegnato nella scuola dell’obbligo
non porgendo fatti e dati, ma ricercando cause ed effetti degli
stessi e quindi andando in profondità e, nel caso specifico, chiedendomi
quale ruolo e quale posto avesse avuto e avesse in presente
la donna. È venuta fuori una figura piena di vita, che, nonostante
mortificata dall’egoismo maschile e sociale, ha saputo tenere le retini
della sua vita stessa allorchè si è liberata dalle catene imposte
dall’esterno. L’attività della donna non la si può disgiungere da
quella legata alla casa, dove dimora, in un primo momento, con la
famiglia d’origine e poi con quella che, per suo volere, costruisce
insieme all’uomo che sceglie per compagno e, oltre a darsi da fare
per nutrire i membri della sua famiglia, esercita le mani ed il cervello
per rendere bella ed accogliente la dimora, nonché per vestirne
i membri di essa e questo appare scontato, meno scontata
appare l’organizzazione che essa dà alla famiglia e alla sua vita
stessa. Nell’intimo di ogni individuo vi è un misterioso meccanismo
che lo porta a fare delle scelte d’impegno le quali, il soggetto, che
le vive, scopre, procendendo con intelligenza nell’ambito socio- comunitario
in cui agisce e con cui in vari modi viene in contatto, per
cui, man mano che la storia evolutiva porta l’elemento femminile
fuori dall’ambito casalingo, non solo la donna scopre quel mondo
sociale, che è stato prerogativa maschile, ma scopre se stessa agli
stimoli esterni: da qui’ le sue scelte. Se la donna per secoli ha accettato
quella manualità domestica a cui la natura e la società l’avevano
destinata, la storia contemporanea la spingerà , non dico
all’abbandono della casa e della famiglia, ma a trovare all’esterno
di esse la sua emancipazione e la sua espressione. Ciò comporta,
in un certo senso, anche l’abbandono di quella manualità che aveva
esercitato nell’ambito della famiglia, in cui si era formata, con orizzonti
purtroppo fortemente ristretti, e dentro cui , nonostante
tutto, esprimeva il suo ricco patrimonio naturale. Questo passaggio
evolutivo di carattere socio- culturale nella donna è avvenuto pari
pari alla storia e alla sua scolarizzazione, soprattutto la donna ha
saputo intuire che nel lavoro retribuito e nella sua preparazione
culturale stava ed è la sua autonomia. Cosi’, quando la rivoluzione
industriale ha facilitato, purtroppo apparentemente, il ritmo lavorativo,
dando anche soddisfazioni economiche, la donna ha abbandonato
la manualità, lenta ed insoddisfacente economicamente, per
aprirsi ad un’altra storia che di tradizionalmente femminile non
aveva nulla. Ha abbandonato l’ago, il filo, il cucito perché, del suo
lavoro tradizionale, il presente “ evoluto” non sapeva che farsene!
Cosa è necessario perché non si perda quel grande patrimonio
culturale che lei, la donna, ha saputo creare per secoli?
1. La formazione attraverso la frequenza di una scuola obbligatoria
che le dà dignità ed un ordinato modo di apprendere e di fare.
2. Una formazione artistica che oggi l’artigiana non ha, purtroppo
neppure colei che crede di averla. Il dibattito deve cominciare da
qui. La donna deve rendere accattivante ed utile quella manualità
che non ha mai abbandonato, né messo nel “dimenticatorio” poiché
non è mai venuta meno la sua Vocazione alla Bellezza e all’Unicità
Creativa. Ma perché tutto risorga con aspetti nuovi è necessario
non solo coinvolgere quel mondo tecnologico, che indubbiamente
aiuta arricchendo la sua cultrura, ma è necessario che essa si “introduca”
nel mondo dell’Arte e acquisisca altresì una Formazione
aperta alle richieste della storia di oggi, quella migliore, quella liberata
da falsi obbiettivi e da miti da cui le giovani sono sedotte.
Non mi stanco, piuttosto, di stimolare le Istituzioni a farsi carico di
un patrimonio e di una storia che sono vive e presenti nel mondo
femminile affinchè correttamente vengano trasferite alle nuove generazioni.
Non mi stanco neppure di esortare le signore, grazie
alle quali ancora vive il mondo delle arti applicate, a sensibilizzare
gli operatori della scuola e a richiamare all’attenzione dei nostri
governanti sul grande apporto economico femminile attraverso la
sua manualità: se prima non la sentiamo noi questa esigenza non
possiamo spingere le Istituzioni a darci ascolto!!!
Qui mi fermo, sperando che la giovane generazione si aiuti con l’intelletto
e la riflessione e poi con un corretto appello a chi di dovere!
Io mi scuso del mio tono discorsivo, ma credo che il sereno
parlare porti a veder chiaro!".


Lucia Mangiafico

da Ricamo italiani N° 69 di Luglio 2010