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domenica 16 gennaio 2011

Una risposta all'amore

(…) I due astri più belli del firmamento, chiamati ad illuminare altri mondi, pregarono gli occhi di lei di assumere il loro posto. Se le stelle si fossero sostituite ai suoi occhi, e i suoi occhi prendessero il posto di quelle, lo splendore delle sue gote farebbe impallidire quegli astri. Come la luce del giorno offusca il chiarore di una lampada.
Questo passo tratto da “Romeo e Giulietta” di Shakespeare indica come la donna sia protagonista dell’amore. Cosa può suscitare la bellezza e la delicatezza di una donna ad un uomo? Ma cos’è l’amore?
Grandi poeti hanno cercato di spiegare questo sentimento che adorna la vita, la riempie, essendo così essenza vitale.
Il poeta ha un animo sensibile e noi uomini siamo fatti di desiderio, siamo fatti di domande, e mai una risposta è sufficiente per l’anima.
Alla domanda: Beatrice o Laura non si può arrivare ad una conclusione affrettata, ma bisogna fare uno studio appropriato sulle tracce lasciate da queste donne a uomini che hanno rapito il cuore, e, ansimando per loro, si avviavano verso strade diverse. Sono Laura e Beatrice che hanno ispirato la poesia a due Grandi: Dante e Petrarca.
Se con Dante si ammira Beatrice, non si può amare Laura con l’amore di Petrarca. C’è una differenza. Per Dante la donna è un viaggio verso la salvezza. Per Petrarca, invece, è l’inizio di una perdita spirituale.
La donna di Dante vive come creatura spirituale che suscita ammirato stupore. Questa “angiola giovanissima”, nella Vita Nuova, si riveste di significati allegorici e mistici, che la sollevano concettualmente come “donna angelicata” coinvolgendo Dante in un cammino spirituale verso la salvezza e la perfezione che segna il passaggio di una vita profondamente rinnovata.
Nel sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, della Vita Nuova”, delinea una donna lodata per la sua bellezza che passa per via, che al saluto crea un’atmosfera mistica di onestà e soavità. I suoi tratti fisici acquistarono un significato spirituale, indicano un miracolo mostrato dal cielo.
Il compito salvifico della Beatrice terrena prelude a quella della Beatrice teologale che, nell’aldilà, si fa simbolo della scienza divina senza mai venir meno alla sua femminilità: corre in soccorso di Dante, quando egli si trova nella “selva selvaggia” e “oscura”, invocando Virgilio con amorosa e umana sollecitudine; gli appare austera, alla sommità del Purgatorio e lo rimprovera per il suo traviamento; poi diventa sua guida amorosa attraverso i cieli del Paradiso, in un’ascesa intellettuale, morale e religiosa che si conclude con la visione di Dio.
Dante con Beatrice è riuscito poeticamente a divinizzare l’umano nella Vita Nuova e a temperare il divino nella Commedia. Oltre l’eternità sopravvive “lo suo mirabile riso” (Vn.XXI,8) che lo aveva innamorato durante la vita: Beatrice, pur trasfigurata nella gloria della Beatitudine, è sempre stilnovisticamente ella e ridente” (Pd.XIV,79) pronta a vincerlo “col lume d’un sorriso” (Pd.XVIII,19).
Dante nella sua ascesa dal Purgatorio al Paradiso, narra nel primo canto, che tornato nell’Enoè, vede Beatrice volta a sinistra a fissare il sole. Anch’egli fa altrettanto e, riuscendo a sfrigolarvi gli occhi, scorge una grande luce. Tornato con lo sguardo a Beatrice si sente trasudare; pur non accorgendosene, sta salendo con la sua donna verso il cielo; solo da un fatto nuovo è colpito: una dolce armonia e una straordinaria luminosità.
La novità della dolce armonia e della grande luminosità suscita in Dante il desiderio di conoscerne le ragioni, poiché egli crede ancora di essere sulla terra. Beatrice che legge il dubbio nella mente di Dante, senza essere interrogata, gli spiega che essi stanno salendo velocissimamente verso il cielo.
Sorge in Dante un dubbio: come mai egli, corpo pesante, possa trascendere? Ne chiede la ragione a Beatrice e questa gli spiega come tutte le cose siano ordinate e dirette al proprio fine, per raggiungere una forza speciale, l’istinto dà loro l’impulso. Il fine dell’uomo è Dio, da cui però la creatura può, ingannata da beni fallaci, deviare volontariamente. Ma Dante è purificato (battezzato al fiume in purgatorio) e libero da ogni legame terreno, e per questa forza naturale tende verso Dio: ci sarebbe invece da meravigliarsi se in tale rinnovellata condizione fosse rimasto sulla terra, come se la fiamma viva non tendesse in alto verso la propria sfera.
Beatrice sorprende Dante con la sua presenza, lo fa vergognare delle sue distrazioni e dice di risentire i “segni dell’antica fiamma”. E’ la vista di Beatrice, nel finire della commedia che da commozione durante la lettura.
Altro che “giovanile errore” di Petrarca.
Il “Canzoniere” è il racconto di un itinerario del poeta in cui Laura non è nemmeno citata. Laura è descritta come bellezza terrena, oggetto di adorazione estatica, ma di palpitante desiderio. E’ rielaborata in modo nuovo. La sua immagine non contiene significati o riferimenti morali o religiosi.
Nella lirica “Chiare e fresche et dolci acque” sembra proprio di vedere un corso d’acqua che scorre, che vicino ad essa va a sedersi una donna che il poeta è innamorato. Riproponendo il motivo stilnovistico della donna intermediario tra la terra e il divino, egli, nella terza strofa, immagina Laura, commossa per la sua morte, che ottiene da Dio il perdono dinnanzi alla sua tomba.
Due figure diverse tra loro: Beatrice condusse Dante in seno a Dio, Laura deviò Petrarca dalla retta strada.

Una donna dovrà sempre condurre l’uomo verso la salvezza (Beatrice), da quale la vera bellezza è quella spirituale e mistica dell’intelletto e non quella profana dell’ esteriore (Laura).

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