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martedì 22 novembre 2011

La storia della Coca Cola

È il 1886, siamo all’apice dell’età dell’oro negli Stati Uniti. La guerra civile americana è appena finita e la grande nazione si prepara per l’era moderna che è ormai alle porte.
Tutto è veloce e futuristico, un clima di gioia e speranza come mai si era visto prima. E’ in questo periodo che con una piccola inserzione pubblicitaria su un quotidiano di Atlanta nasce uno dei più famosi marchi al mondo: Coca Cola.
La Coca Cola viene inventata infatti da un farmacista di Atlanta, John Stith Pemberton. “Farmacista” è però per l’epoca una parola grossa: dovete capire infatti che all’epoca negli Stati Uniti non c’erano praticamente regole per quanto riguarda la somministrazione di farmaci e si faceva a gara per chi tirava fuori il liquido, crema o unguento più miracoloso e curativo.
Tutte queste medicine o presunte tali venivano vendute da “dottori” o “farmacisti” agli angoli delle strade in un chiassoso circo medico che animava i quartieri della grandi città. Pemberton non fa eccezione: comprata la sua “licenza” per 5 dollari si fa chiamare dottore e faceva credere di riuscire a guarire praticamente ogni malattia facendo bere veleni e purghe ai poveri malcapitati dell’epoca.
Molti di questi farmaci contengono elevati contenuti di alcool e droghe pesanti.. o spesso di entrambi. Il Laudano per esempio, un diffuso antidolorifico dell’epoca, è una soluzione di Oppio e Alcool. Altri ancora contengono dosi fortissime della nuovissima sostanza delle meraviglie nel 1886: la Cocaina.
La Cocaina, praticamente sconosciuta all’epoca, diventa famosa nel 1884, quando un famoso generale della guerra civile si ammala di cancro e comincia ad usarla per “tirarsi un po’ su”.. effettivamente la cocaina lo aiuta parecchio prima della morte e la notizia si diffonde in tutti gli Stati Uniti: se il Generale Grant, la figura più popolare del paese, l’ha usata con successo allora deve essere proprio un rimedio miracoloso!
Pemberton cominciò ad usare Cocaina e Caffeina in molte delle sue prime creazioni, tra cui ne spiccò subito una: il famoso “vino francese di Coca” o
“Pemberton’s French Wine Coca”.
Fu il suo più grande successo prima di dedicarsi alla Coca Cola ed era una combinazione di Cocaina, Alcool e Caffeina.
Il vino francese di coca vende bene in tutta la Georgia, ma purtroppo il prodotto ha vita breve: arriva infatti nel 1885 la prima epoca del proibizionismo negli Stati Uniti e l’ingrediente principale, l’Alcool, viene messo fuori legge.
Pemberton è disperato: il vino francese di coca era appena uscito e stava andando alla grande. Decide così di abbandonare il mercato dei farmaceiutici miracolosi e di darsi ad un nuovo e fiorente settore: quello delle bibite analcoliche.
La competizione è fortissima: ci sono 5 grandi bar ad Atlanta in quel periodo che servono solo (per ovvi motivi) bitite analcoliche rinfrescanti durante l’afosa estate del 1885.
Queste bibite vengono create direttamente al banco e ne esistono fino a 300 varietà diverse, tutte pubblicizzate da strani ed altisonanti nomi, come l’Hires Root Beer, il White Rock Ginger Ale.. e così via.
La sfida di Pemberton è trasformare la sua mistura di Alcool e Cocaina in una bibita analcolica e rinfrescante.
Il risultato è tutt’altro che leggero: massicce dosi di Cocaina e di estratto di Cola, una noce africana il cui principio attivo è la caffeina, vengono mischiate per ottenere una bibita che, non contenendo Alcool, poteva essere venduta nei bar.
Il gusto non era però certo buono e così vi aggiunse anche dello zucchero e un po’ di acidi che coprissero il sapore della Cocaina e della Cola.. ne venne fuori la prima Coca Cola.

La Nascita del Marchio
L’idea del nome Coca Cola è dovuta al contabile di Pemberton, Frank Robinson.
Robinson inventò il marchio Coca Cola sfruttando la sua bella calligrafia da contabile e ne modificò il nome utilizzando la “C” in “Cola”. In inglese infatti la Cola si chiamerebbe “Kola”.



Passò settimane a modificare e perfezionare la scritta “Coca Cola” e la sua calligrafia divenne così il marchio che oggi conosciamo in tutto il mondo.
Le vendite vanno però a rilento, solo 95 litri il primo anno. Pemberton era un pessimo uomo d’affari, aveva dichiarato banca rotta svariate volte e nessuno voleva fare affari con lui.
Oltre tutto come molti dei finti dottori dell’epoca soffriva di un male ancora sconosciuto: era diventato dipendente dalla Cocaina, lo stesso ingrediente che utilizzava in grandi quantità ogni giorno lo stava uccidendo.
Pemberton era un cocainomane terminale e questo non aiutava certo i suoi affari.

Asa Griggs Candler
Nell’inverno del 1888 Pemberton muore. La Coca Cola sembra destinata a morire con lui, ma un imprevisto sopraggiunge ad aiutare la nostra bibita preferita.
Un intraprendente imprenditore e apprendista farmacista acquisterà infatti la formula della Coca Cola e fonderà la moderna Coca Cola Company: è Asa Griggs Candler.
Candler non era certo un genio, era piuttosto un arrampicatore sociale: era arrivato 4 anni prima ad Atlanta in cerca di fortuna e aveva girato ogni farmacia della città in cerca di lavoro, era stato anche dallo stesso Pemberton che però non lo aveva assunto.
In quattro anni riuscì a mettersi in proprio e a farsi il proverbiale “gruzzoletto”.
Le lunghe ore di lavoro lo portarono però ad avere frequentissimi mal di testa. Provò ogni rimedio possibile senza risultato finché non ricapitò per caso al negozio di Pemberton che gli fece provare la Coca Cola: fu un colpo di fulmine, la Coca Cola fece passare il mal di testa a Candler che si offrì subito di acquistare la formula del rimedio miracoloso.
Completamente al verde e prossimo alla morte Pemberton accetta l’offerta di Candler e cede la Coca Cola Company per 230 dollari nel maggio 1889.
La prima mossa di Candler fu quella di aggiungere più zucchero e anche prodotti citrici per mascherare il sapore medicinale che aveva all’epoca la Coca Cola.
La nuova Coca Cola ha ora un buon sapore e rimane di grande effetto grazie alle grandi dosi di caffeina e zucchero.

Nasce il Direct Marketing
Frank Robinson, il vecchio contabile di Pemberton ora responsabile della pubblicità per Candler, ne fa un’altra delle sue inventando quella che è riconosciuta come la prima campagna di direct marketing della storia: entra nelle principali farmacie e bar della città e si fa dare gli indirizzi dei clienti migliori.
Invia a questi indirizzi un buono per ottenere una bevuta gratuita di Coca Cola: è un successo strepitoso, chi può resistere ad una bevuta gratis? e se poi il prodotto è buono.. un nuovo cliente è assicurato.
Sotto la spinta di questa campagna la Coca Cola diventa famosa in tutto il paese: nel 1901 le vendite salgono a 2 milioni di litri, 60 milioni di boccali venduti.
L’America è dipendente dalla Coca Cola. Ma purtroppo ci si cominciò a chiedere se questa dipendenza non fosse solo figurativa, ma reale: cominciarono ad uscire su varie riviste nazionali del paese articoli che dimostravano come la Cocaina desse dipendenza fisica e la sostanza che tanto era in voga fino a vent’anni prima cominciò ad essere vista come un veleno, quale in effetti è.
C’erano storie di persone dipendenti dalla Coca Cola e da altre bevante contenenti Cocaina.. non certo una buona pubblicità per la società di Candler.
Nel 1906 Candler torna quindi in laboratorio per elaborare un complicatissimo procedimento che elimini qualsiasi traccia di droga dalla Coca Cola.
La decocainizzazione della Coca Cola coincide anche con un taglio netto nella strategia pubblicitaria: non si preme più sulle favolose e presunte proprietà curative del prodotto, ma lo si pubblicizza ora solo come bibita analcolica rinfrescante: è la nascita della Coca Cola moderna.

La Leggendaria Bottiglietta
La Coca Cola diventa un vero e proprio fenomeno di massa, il successo è strepitoso, si può trovare letteralmente ovunque. Dal 1899 si comincia anche ad imbottigliarla: mentre prima era possibile bere Coca Cola solo spinata nei tanti bar di paese o cittadini è ora possibile comprarla anche in bottiglia negli alimentari e nelle drogherie.
Ma il tanto successo nazionale attira ovviamente una folta schiera di imitatori che con nomi, ingredienti e gusti molto simili alla Coca Cola vogliono approfittare della sua fama per fare un po’ di soldi facili.
La Coca Cola si rivela fin da subito molto combattiva nella lotta alle imitazioni, porta in causa tutti i suoi concorrenti, vincendo e facendone fallire la maggior parte, e soprattutto Candler ne tira fuori un’altra delle sue: fa creare una confezione unica ed inconfondibile per il suo prodotto, nasce la leggendaria bottiglietta in vetro della Coca Cola.
Talmente riconoscibile che “anche un cieco potrebbe riconoscerla” come ama ribadire lo stesso Candler.
Il risultato diventa un vero e proprio simbolo americano, è il 1916.
La stessa bottiglia venduta ovunque, un brand forte in un packaging unico e riconoscibile: non si può certo dire che la Coca Cola e Candler non furono i precursori del Marketing moderno!
Lo stesso Candler attribuisce l’enorme successo della Coca Cola sia al suo buon sapore quanto all’ottima strategia di marketing intrapresa negli anni dalla sua società.
Nonostante il successo Candler decide nel 1919 di vendere la Coca Cola Company. Si reputa un uomo d’affari arrivato e vuole concedersi il dovuto riposo negli ultimi anni della sua vita.

Ernest e Robert Woodruff
E’ un ricco finanziere e faccendiere dell’epoca il primo ad interessarsi all’acquisto della Coca Cola: Ernest Woodruff.
Woodruff non era molto amato. Era una specie di
Ebenezer Scrooge dell’epoca. Poco socievole e con la testa solo nei suoi affari, Ernest era quello che si dice uno squalo senza scrupoli.
Candler lo conosce per fama e non vorrebbe vendere la sua azienda ad una persona di così pochi principi. Mette sul mercato la Coca Cola per una cifra spropositata, 25 milioni di dollari, cercando di mettere fuori gara Woodruff.
Ma Woodruff grazie a varie e riuscite operazioni finanziarie riesce a racimolare l’investimento e compra la Coca Cola Company. Chiude l’affare pensando solo ad un buono, ottimo, investimento, non ha intenzioni di prendere in mano la società in prima persona.
Nel 1924 Ernest passa la guida della Coca Cola Company a suo figlio, Robert Woodroof.
Robert accetta l’incarico solo dopo aver chiarito con suo padre che aveva intenzione di essere un vero manager e che sarebbe stato l’unico ad avere l’ultima parola su ogni decisione che riguardasse l’azienda.
Robert è molto interessato alla gestione dell’azienda e supervisiona ogni aspetto, dalla produzione al marketing: la Coca Cola Company ha ora un nuovo ed intraprendente timoniere che la porterà a successi assolutamente fuori da ogni aspettattiva.

Il mito di Babbo Natale
La Coca Cola è frequentemente citata come l’inventrice del “Babbo Natale moderno” e cioè di quello classico, che a noi tutti viene in mente quando pensiamo a Babbo Natale: un uomo anziano, ben piazzato, con barba e capelli bianchi e il vestito rosso.. ecc.Al contrario di quello che si pensa questa immagine di Babbo Natale era già largamente in uso negli anni 30 quando la Coca Cola cominciò ad usarla per le sue campagne natalizie.
Non solo: la prima azienda produttrice di bibite che usò il Babbo Natale moderno fu in realtà la
White Rock Beverages, prima nel 1915 per vendere acqua minerale e poi nel 1923 per vendere il suo Ginger Ale.
Insomma, tutte le storie che parlano di un Babbo Natale diventato rosso per volere della Coca Cola sono purtroppo non veritiere, rimane comunque il merito alla Coca Cola di aver fatto entrare questa immagine nell’immaginario collettivo attraverso un uso costante negli anni.
Insomma, magari non l’avranno inventato, ma di sicuro l’hanno reso universale.

La Pepsi Cola
La Pepsi Cola nasce nello stesso periodo della Coca Cola, da un altro farmacista, Caleb Bradham, a New Bern nel North Carolina.
Al contrario della Coca Cola la Pepsi Cola nasce immediatamente come bibita rinfrescante, non come medicinale, anche se inizialmente viene pubblicizzata come “la bibita rinfrescante che ti aiuta a digerire”.
Il “Pepsi” in “Pepsi Cola” fa infatti riferimento alla Pepsina, un prodotto che effettivamente aiuta la digestione. Peccato che come per la Coca Cola il nome è ingannevole anche per la Pepsi Cola: non ci sono infatti tracce di Pepsina nella famosa bibita, fin dalla sua nascita.
Fatto sta che la Pepsi è l’unico concorrente della Coca Cola a farsi strada nei gusti degli americani ad inizio secolo. Il successo della Pepsi Cola è secondo solo a quello della Coca Cola fino a quando non scoppia la Prima Guerra Mondiale, nel 1915.
Il prezzo dello zucchero, elemento fondamentale nella Pepsi come nella Coca Cola, sale a dismisura e mette in crisi la produzione di entrambi le famose bevande rinfrescanti.
Bradham si prende un rischio enorme acquistando grandi quantità di zucchero ed investendo forti somme in borsa sicuro che lo zucchero non potrà che proseguire a salire.
Sfortunatamente il prezzo dello zucchero crolla improvvisamente, da 22 centesimi a meno di 3: Bradham e la Pepsi Cola Company si ritrovano in banca rotta.
Bradham torna alla sua farmacia e chiude l’azienda. La storia della Pepsi finirebbe qui se non fosse per un clamoroso errore della Coca Cola.

I Lovft Candy Store
Negli anni venti, anche grazie al proibizionismo, la vendita di analcolici ha un boom semplicemente inarrestabile. Anche durante la prima recessione le vendite di Coca Cola non fanno altro che salire, chiunque non vuole togliersi il piacere di una buona e fresca bevuta per un solo nichelino (5 centesimi, il costo di una spillata di Coca Cola).
I Loft Candy Stores, una catena di bar con sede a New York, da sola vende quasi 4 milioni di Coca Cole l’anno.
Nel 1932 il presidente della Loft, Charles Guth, si rivolge a Robert Woodruff chiedendo uno sconto.
Woodruff gli nega qualsiasi tipo di agevolazione, forte del successo nazionale che ha con il suo prodotto e per ripicca Guth decide di acquistare Pepsi Cola, da poco fallita, e di venderla nei suoi popolari bar al posto della Coca Cola.
La decisione però non ri rivela delle migliori: venduta solo nei bar di Guth la Pepsi Cola non ha abbastanza successo per tenere in piedi un impianto produttivo e una distribuzione adeguata e si ritrova una seconda volta in bancarotta.
Guth decide così di proporre a Coca Cola di acquistare Pepsi Cola: è qui che Robert Woodruff, presidente di Coca Cola Company fa il suo più grande errore: rimanda a casa Guth dicendogli che non ha in mano niente, che la Coca Cola non è interessa all’acquisto di quella che è ora solo una società fallita.
Woodruff perde l’occasione d’oro di acquistare e distruggere Pepsi Cola prima che diventi una vera minaccia e non solo: la sua arroganza rafforza la determinazione di Guth che si rimette in carreggiata deciso a rimettere in piedi la Pepsi Cola Company.
E’ un errore storico di proporzioni ancora impensabili per la Coca Cola Company.

La Grande Depressione e la rinascita di Pepsi Cola
Nel 1934 l’America è nella tenaglia della Grande Depressione. Milioni di disoccupati fanno la fila per avere un pasto caldo gratuito e 5 centesimi, il costo di una bevuta di Coca Cola, sono un mucchio di soldi per un affamato consumatore.
Guth, il proprietario di Pepsi Cola, decide quindi a puntare sul prezzo per spingere la sua bevanda: compra in tutta la nazione bottiglie di birra usata, da cui può facilmente togliere l’etichetta e sostituirla con quella della Pepsi, e si mette a vendere bottiglie da 36 centilitri a 5c: la Coca Cola per lo stesso prezzo offriva da sempre la sua bottiglietta da 18 centrilitri.

Pepsi stava vendendo un prodotto simile, ugualmente buono, allo stesso prezzo, ma in quantità doppia.
In pochi giorni una intera partita di Pepsi Cola va a ruba: la gente adora la formula 36 centilitri per un nichelino e la pubblicità di Pepsi spinge in questa direzione: “il doppio per un nichelino!”, “il più grande analcolico per un nichelino!” e così via.

In soli sei mesi Pepsi passa dalla bancarotta ad un utile di centomila dollari. Certo le vendite di Pepsi Cola sono ancora una minima frazione di quelle di Coca Cola, ma ciononostante la concorrenza è concorrenza la Coca Cola sente di avere ora un concorrente forte e deciso.
La Seconda Guerra Mondiale
Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale Coca Cola fu pesantemente minacciata dal razionamento dello zucchero che avrebbe dimezzato le vendite nazionali e portato la società al rischio di fallimento.
Robert Woodruff decide così di recarsi a Washington per parlare al governo. Il messaggio per i politici di Washington è chiaro: la Coca Cola è una necessità in tempo di guerra in quanto la bibita rinfrescante più famosa d’America non solo è un simbolo nazionale, ma una esperienza che fa parte oramai della vita quotidiana.
Incredibilmente Woodruff ha successo e convince il governo non solo a dargli tutto lo zucchero di cui ha bisogno, ma addirittura a diventare il fornitore ufficiale dell’esercito americano! milioni di casse di Coca Cola vengono distribuite prima in tutti i campi di addestramento dell’esercito e poi spediti in tutti i luoghi in giro per il mondo dove l’America sta combattendo.
Non esiste campo militare nel mondo che non abbia un piccolo impianto per spinare e conservare al fresco la Coca Cola che diventa ora non solo una ottima bibita, ma il vero ricordo di casa per i militari che combattono a migliaia di miglia da casa.
Bere una Coca Cola al ritorno da una missione è per i soldati come tornare nel cortile di casa a sorseggiare la propria bibita preferita all’ombra di una bella quercia. Coca Cola porta il sapore di casa ai soldati.
La Coca Cola entra così definitivamente nel cuore degli americani, in Patria come all’estero: è senza dubbio alcuno una delle mosse di marketing più azzeccate e riuscite della storia.
Oltre a questo Coca Cola sferra un attacco letale a Pepsi Cola: non solo il suo prodotto è ora bevuto e pubblicizzato in tutto il pianeta, ma oltretutto può disporre in tempo di guerra di tutto lo zucchero che vuole, cosa che la Pepsi Cola Company non può fare!
Durante la Seconda Guerra Mondiale i militari americani in giro per il mondo consumano 10 miliardi di bottigliette di Coca Cola. C’erano degli ispettori, detti Colannelli Coca Cola, che controllavano che il prodotto fosse prodotto ed imbottigliato correttamente. E’ il sogno di ogni direttore marketing al mondo.

Il dopo Guerra
All’ingresso degli anni cinquanta e sessanta Coca Cola è praticamente invincibile: è diventata un simbolo americano, tutti l’adorano, è presente in tutto il mondo con vendite annue pari a quasi un miliardo di dollari.
Il successo però, come spesso succede, porta a scelte sbagliate. Woodruff si ostina per esempio a non volere cambiare più niente da un punto di vista marketing: se aveva funzionato fino ad ora perché cambiare?
Il prezzo di 5c rimase invariato nonostante gli ingredienti salissero di prezzo, la Coca Cola era l’unico prodotto distribuito dai distributori automatici dell’azienda mentre la concorrenza stava differenziando molto e in più veniva ancora distribuita unicamente e solo nelle famose bottigliette da 18 centilitri.
L’industria degli analcolici però in quel periodo, come in tutto il resto, cambia e si espande rapidamente. Servono nuove idee e qualità imprenditoriali come il coraggio per reggere in questo nuovo mercato, tutte cose su cui Woodruff, ormai invecchiato e soprattutto appagato dal successo, non può più contare.
Pepsi è più dinamica, propone nuovi prodotti e nuovi tipi di distribuzione, differenzia il mercato e lancia campagne pubblicitare aggressive.
Per più di 70 anni (dal 1886 al 1959) il prezzo di una bottiglia di Coca-Cola è rimasto bloccato a 5 centesimi di dollaro; un caso davvero eccezionale di quella che gli economisti chiamano la “rigidità del prezzo nominale”, ampiamente studiato ed analizzato. Una parte della risposta sta nel problema del costo di adeguare ad un nuovo prezzo i distributori automatici ma si deve tenere presente anche la difficoltà di convincere i consumatori ad accettare un aumento del 100%, con il passaggio del prezzo da 5 a 10 centesimi di dollaro (il taglio di moneta superiore). In effetti il presidente della Coca- Cola nel 1953 scrisse al Presidente Eisenhower per suggerirgli una moneta da 7 centesimi e mezzo. Nel 1960 infine il prezzo si spostò da 5 a 10 centesimi; per giustificare il nuovo prezzo Coca Cola introdusse una bottiglia più grande, “King Size Coke”, lanciò una campagna pubblicitaria ad hoc e introdusse nuovi distributori automatici.

La Pepsi Generation
La guerra tra le Cole è però solo all’inizio e c’è una nuova arma nelle mani delle due aziende che è appena arrivata nelle case di tutti gli americani: la televisione.
La Pepsi è la prima ad usare la televisione efficacemente: ignora l’amore per la Coca Cola dei reduci dalla Seconda Guerra Mondiale e si concentra sui loro figli.
Figli ribelli, stufi di sentire le storie di guerra dei genitori, proiettati al futuro e in piena epoca Hippie. il 68 e il clima di cambiamento posiziona Pepsi come la bibita del nuovo e Coca Cola come il simbolo della tradizione e, di conseguenza, del vecchio.
Chi beve Coca Cola è un tradizionalista, un vecchio, chi beve Pepsi al contrario è un figo, uno sveglio, uno che vuole provare cose nuove e non ha paura del futuro.
I giovani bevono e vogliono Pepsi. E’ la Pepsi Generation.
Pepsi invece di parlare del prodotto si concentra sul target: invece di dire quanto è buona la sua bibita fa vedere negli spot televisivi chi la beve. Giovani hippie accampati in mezzo alla natura e con i fiori in testa sorseggiano Pepsi al tramonto: sono questi gli spot dell’epoca che più entrano nell’immaginario dei giovani.

Pepsi per prima sposta la comunicazione dal prodotto al suo target, è una mossa vincente che gli fa guadagnare importanti quote di mercato e fa tremare Coca Cola.
Ovviamente ci vuole poco a capire che se si lascia il mercato dei giovani alla concorrenza non si avranno più clienti in futuro (pensiamo a quanto fa McDonalds per i bambini, non certo a caso!) e Coca Cola risponde con uno degli spot televisivi più famosi della storia, eccone la versione italiana:

The Pepsi Challenge
Nonostante la nuova verve pubblicitaria di Coca Cola abbia successo, Pepsi continua a guadagnare quote di mercato e sferra un attacco decisivo alla sua concorrente: inventa il Pepsi Challenge.
Nel 1984 lancia una enorme campagna pubblicitaria in tutta la nazione in cui Coca Cola e Pepsi venivano servite in confezioni non riconoscibili, alla stessa temperatura, e in sequenze casuali.
Furono eseguiti 11 milioni di questi test (!!!) e alla fine il risultato fu sorprendente: La Pepsi se non riconosciuta veniva preferita dalla stragrande maggioranza dei consumatori.
La campagna ha un successo senza precedenti e Pepsi si ritrova a inseguire Coca Cola per meno di 3 punti percentuali.
Non era mai successo prima. In alcuni mercati addirittura la Pepsi vendeva più della Coca Cola. Per i dirigenti della grande azienda di Atlanta è il panico. Agli inizi degli anni ottanta è avvenuto l’impossibile.

The New Coke
Robert Woodruff è ormai alla fine dei suoi anni, vecchio e non più in grando di reggere l’azienda, passa la mano ad uno dei suoi luogotenenti. Il giovane ed intraprendente Roberto Goizueta diventa l’amministratore delegato della Coca Cola Company.
Goizueta come prima operazione per rilanciare il marchio e il prodotto pensa e realizza l’impensabile: modifica la storica formula della Coca Cola e si accinge a lanciare sul mercato una nuova Coca Cola, The New Coke.
Il gusto della nuova Coca Cola si avvicina scandalosamente a quello della Pepsi, è più dolce e meno acida, proprio come la Pepsi, e non è certo un caso: i dirigenti di Coca Cola pensano che cambiare il proprio gusto ed avvicinarsi a quello della concorrenza sia una buona mossa. Niente di più sbagliato.

Nella primavera del 1985 Robert Woodruff muore. E’ la fine di un’era.

Il 23 aprile 1985 viene lanciata sul mercato la nuova formula. Nonostante ci si affanni a proclamare la “New Coke” come un prodotto nuovo ed innovativo è subito chiaro a tutti i consumatori che ci si ritrova di fronte ad una imitazione riuscita male della Pepsi. Il gusto simile scontenta tutti: chi preferiva il gusto Coca Cola e chi ovviamente preferiva il gusto Pepsi.
Non solo: in pochi giorni la sede della Coca Cola Company riceve migliaia e migliaia di telefonate da consumatori adirati che minacciano azioni legali e rappresaglie contro l’azienda.. perché aveva cambiato uno dei simboli di america.
Psicologi messi in ascolto in certe telefonate descrivono questi consumatori come padri a cui è stato tolto un figlio, talmente arrabbiati da minacciare pesantemente i dirigenti Coca Cola.
Nascono gruppi di attivisti ed sostenitori della vecchia formula, in tutto il Paese si insorge contro la New Coke. insomma una vera e propria rivoluzione. Cartelli con “The Real Taste is Gone” spuntano ovunque.
La Pepsi ovviamente non può che ridersela e le sue quote di mercato aumentano esponenzialmente fino a superare quelle della Coca Cola in tutti gli Stati Uniti.

Coca Cola Classic

Già a luglio è chiaro che la mossa di Goizueta non è stata quella che si dice una mossa intelligente.
La Coca Cola ha perso quote di mercato e le vendite sono in picchiata, la Pepsi Cola è la bibita analcolica più venduta negli Stati Uniti e guadagna quote in tutto il mondo.
La soluzione è solo una: tornare indietro. Viene reintrodotta la vecchia e amata formula della Coca Cola che da allora è la “Coca Cola Classic” e con la vecchia formula magicamente tornano a volare le vendite e le quote di mercato ritornano a sorridere all’azienda di Atlanta.
Il ritorno della Coca Cola Classic è un grande successo. Gira addirittura la leggenda che lo storico fiasco della New Coke sia stata una enorme e programmata manovra di marketing per preparare il ritorno alla vecchia formula e rilanciare pomposamente un prodotto oramai visto come vecchio.
Non sapremo mai se questa leggenda è vera o no, certo sarebbe bello pensare che gli stessi uomini che hanno scritto interi capitoli del grande libro del marketing moderno si siano spinti tanto in là da programmare il più grande fiasco del secolo.. solo per poi avere tra le mani il più grande rilancio di un prodotto del secolo.

Tutto il resto, come si dice, è storia.

venerdì 18 novembre 2011

Elogio al burro

L’idea di tessere l’elogio del burro mi frullava in testa da qualche tempo, non perché mi piaccia andare contro corrente, anche se spesso mi sono ritrovata a ricoprire questo strano ruolo, ma perché mi sembra che siano finalmente maturi i tempi per tentare di fare un po’ di chiarezza su tale argomento.
L’occasione per lanciarmi in questa ulteriore sfida contro i luoghi comuni e la carenza di una corretta informazione scientifica mi è stata offerta dalla produzione di fiordilatte nelle campagne nei pressi della mia adorata Grottaglie.
Al primo assaggio, immediato è scattato in me il bisogno irrefrenabile di provare a dare un contributo perché questo patrimonio culturale e gastronomico possa essere correttamente valorizzato ed utilizzato. E’ assurdo che un simile prodotto abbia difficoltà ad essere immesso sul mercato. Perchè tanto accanimento e tante falsità sul burro? A dire il vero qualche timido messaggio positivo ha iniziato a levarsi a favore del burro e contro le falsità propagandate negli ultimi 50 anni da mass media sicuramente di parte. Tra questi ricordiamo il felice slogan che ne è anche il titolo di un interessante e sorprendente libro scritto dal medico Francesco Perugini Billi: “Mangia grasso e vivi bene” Junior edizioni.
Basta con l'inganno del colesterolo, basta con le diete imposte, basta con la paura di mangiare un po’ più grasso, basta con i sensi di colpa.
Perché il grasso non fa male? E perché ci hanno detto fino allo sfinimento che
fanno male certi cibi?
“I grassi sono stati sempre presenti nella dieta dell’uomo fin dal principio. Pensiamo solo al maiale, animale “grasso” per antonomasia, che ha giocato un ruolo fondamentale nella dieta dell’Europa medievale ed è ancora tanto presente nelle tradizioni culinarie delle nostre regioni. Per quanto riguarda la paura del colesterolo, questa è nata negli Stati Uniti agli inizi degli anni ’50. Si tratta di una storia fatta d’interessi economici, industriali e politici, nulla a che fare con la salute della gente. La demonizzazione di pancetta, uova e burro è stata una manna per l’industria degli oli di semi e delle margarine, e successivamente dei cibi dietetici, mentre lo spauracchio del colesterolo lo è stato per le industrie del farmaco. Peccato che 50 anni di ricerche e tanti soldi spesi non sono stati in
grado di dimostrare che una dieta povera di grassi allunga la vita, né che il colesterolo provoca l’infarto”.  
Oggi siamo arrivati al punto che si spende di più per dimagrire che per mangiare bene. “E’ curioso come negli ultimi decenni abbiano fatto di tutto per “sgrassare” la nostra dieta e mangiare male e senza gusto. Non solo non sono state debellate le malattie coronariche, ma sono aumentati il diabete e l’obesità, che sono l’anticamera di quelle stesse malattie cardiovascolari di cui ci si voleva liberare. Rifuggiamo i grassi come la peste e poi ci ingozziamo di zuccheri e farine raffinate. Il corpo ha bisogno di una certa quantità di calorie. Se gli neghiamo i grassi, allora li cercherà sotto forma di carboidrati. Il problema è che questi, a differenza dei grassi, creano dipendenza, possono provocare insulinoresistenza e più facilmente portare al sovrappeso. Quindi, spendere i propri soldi in alimenti “scremati”, “magri” e “light” non è la risposta giusta. Non solo non fanno dimagrire,ma non sono neanche salutari”. 
Qual'è, allora, una dieta per stare bene?
Oggi si fa un gran parlare della “dieta mediterranea”. Gli esperti ci vogliono far credere che si tratti di una dieta povera di grassi animali, ricca di pesce, cereali e legumi. Forse nei loro sogni! Sì perché una tale dieta nel Mediterraneo non esiste. Tra i popoli che si affacciano su questo antico mare il consumo di grasso e carne è molto diffuso ed estremamente variabile da zona a zona. In Calabria, ad esempio, ci sono decine di succulenti e paffuti piatti a base di maiale, mentre i Sardi, che sono tra i popoli più longevi al mondo, hanno sempre mangiato poco pesce, preferendo i formaggi e le carni, come quelle di maialino, di pecora e di capra. Cosa voglio dire con questo? Che la differenza di mortalità per cause cardiovascolari tra gli americani e i popoli mediterranei che tanto colpì i ricercatori negli anni ’60 non era dovuta al diverso consumo di grassi animali, ma piuttosto al fatto che nel mediterraneo ancora si mangiavano cibi locali, freschi, così come la terra li aveva prodotti, mentre oltreoceano già imperversavano i cibi manipolati dall’industria”.
Un esempio di prodotti che secondo la teoria lipidica fanno male ed invece vanno recuperati?
Tra gli alimenti più colpiti dagli anatemi dei grassofobici ci sono sicuramente le uova e il burro. Non c’è nulla di male in questi alimenti, piuttosto dovremmo occuparci della loro provenienza. Vale il detto “sei quello che i tuoi animali mangiano” e purtroppo oggi la maggior parte degli animali vengono nutriti con pastoni industriali, composti da soia e cereali, che abbassano di molto i fattori protettivi per la salute presenti negli alimenti. 
Bisogna recuperare le razze autoctone, i modi di produzione artigianale e proteggere le piccole realtà produttive che non possono competere con la schiacciante politica della grande industria alimentare la cui filosofia è quella del “tanto a poco prezzo” ”. Mangiare grassi va bene ma con misura…
Non bisogna avere paura dei grassi o dei cibi grassi, se questi non sono stati manipolati dai processi industriali. Il grasso là dove la natura l’ha messo va benissimo! Il grasso del cibo ci aiuta ad assorbire numerose vitamine, minerali e gli antiossidanti, oggi così di moda.
Stiamo lontano dai grassi idrogenati, che ormai sono presenti in quasi tutti i prodotti da pasticceria e da forno commerciali e spesso anche artigianali. Questi sono i grassi che vi fanno male davvero. Per le nostre popolazioni, gli unici grassi storicamente coerenti sono lo strutto, il burro e l’olio extravergine. Usateli anche per cucinare. Sono tutti grassi che tengono bene le alte temperature e non si disgregano in radicali liberi, come fanno i tanto osannati oli di semi.
Ci sono alimenti che è meglio evitare?
Tra quelli veramente genuini, naturali, tradizionali, prodotti con metodi rispettosi dell’ambiente e degli animali, assolutamente nessuno!

lunedì 7 novembre 2011

Elogio al cioccolato

Difficile trovare qualcuno che non ami il cioccolato. Per la maggior parte di noi è uno dei grandi piaceri della vita. Declinato in mille modi, fondente o al latte, in barretta, sotto forma di cioccolatino o in bevanda calda, è sempre un cibo celestiale. Del resto, lo dice anche il nome scientifico del suo ingrediente principale: Theobroma cacao, espressione il cui primo termine significa letteralmente “nutrimento degli dei”.
Sono sempre più riconosciute le proprietà benefiche del cioccolato, che ormai anche in campo scientifico non è più considerato soltanto una delizia per il palato.
Quali sono i benefici del cioccolato per la salute?
Il fatto che contenga tracce di caffeina, lo rende un eccezionale stimolante. Il contenuto di teobromina agisce invece positivamente sul cuore, mentre la fenietilamina funge da antidepressivo. Di fatto, la combinazione delle tre sostanze fornisce una notevole carica di energia a chi lo assume e serve per ritrovare il buonumore, come tutti ben sanno. Qualcuno si spinge a prescrivere 15 grammi di cioccolato fondente per 3 volte la settimana come integratore contro la sindrome da stanchezza cronica. Sarà…
Il cioccolato ha anche importanti proprietà antiossidanti, grazie al suo alto tenore in flavonoidi. Una recente e autorevole ricerca dell’università di Cambridge promuove il cioccolato come protettore del sistema cardiovascolare, contro il rischio di infarto e ictus. Altri studi hanno evidenziato la capacità di contribuire ad abbassare la pressione sanguigna e ad aumentare la sensibilità insulinica. Ahimè, gli effetti protettivi del cioccolato si ottengono con circa 7,5 grammi al giorno, cioè poco più di un cioccolatino, mentre le abbuffate annullano gli effetti benefici.
Anche i bambini sanno che il cioccolato ha anche un elevatissimo valore energetico, perciò è indicato nelle diete ingrassanti e nelle anemie, per il discreto contenuto in ferro. Controindicato invece nei soggetti con eccesso di peso, nei diabetici e con coloro che soffrono di disturbi epatici e alterazioni del metabolismo lipidico (questo è vero soprattutto per il cioccolato al latte più che in quello fondente). Per il suo contenuto di teobromina non va somministrato a chi soffre di iperuricemia e gotta e nei casi di ossaluria (calcoli renali prodotti per azione dell’acido ossalico). E’ inoltre un vasodilatatore, per questo è meglio evitarlo durante le crisi di cefalea ed emicrania.
Il cioccolato dà l’illusione di essere un alimento conservabile a lungo. In realtà, risente molto dell’azione di un ambiente caldo e al tempo stesso non si presta a essere tenuto in frigorifero. L’ideale è tenerlo in un luogo fresco e asciutto, possibilmente a una temperatura tra i 18 e i 20° C. Una volta tolto dall’involucro, anche se non si guasta, perde gran parte del suo sapore. Ma di solito questo non avviene, almeno a casa nostra. 

venerdì 4 novembre 2011

Foglie rosse

L'acero dalle foglie rosse, sembrava stesse morendo. Tutti i giorni ne osservavo i cambiamenti, la sua chioma non prometteva nulla di buono, perdeva colore, le sue foglie si ingiallivano e a poco a poco cadevano. Ne accarezzavo delicatamente le punte, a dichiarazione del mio incoraggiamento a vivere. Mi sedevo accanto a lui, ne accarezzavo la terra, sperando di donargli con il calore delle mie mani il nutrimento per farlo sopravvivere. I giorni passavano lenti, senza l'ombra di alcun miglioramento. Ormai quasi tutte le foglie erano secche, notai che molte restavano attaccate ai rametti ma bastava un alito di vento per farle volare via. Non ho mai smesso di annaffiarlo. Un giorno dopo un forte temporale tornai ad osservarlo con attenzione, il piccolo tronco sembrava robusto, lo accarezzai, mi chinai leggermente e spalancai gli occhi. Nascosti tra le foglie secche c'erano dei teneri germogli.

lunedì 31 ottobre 2011

La storia del cioccolato

L'idea di questo post è nata da alcune discussioni fatte  in un piovoso pomeriggio di ottobre fra me e mio fratello, col quale  condivido una comune passione: il cioccolato. Come si sa la passione spesso induce a soddisfare le proprie voglie, così abbiamo immaginato un luogo dove vivere e saziarci di questo, insieme ai nostri amici con la medesima passione. Questo vuole essere lo spirito che anima la mia ricerca per conoscere dove nasce e come si evolve una meraviglia della natura, un tesoro del gusto nel percorso dei tempi, e come ha cambiato il palato di piccoli e grandi.
Furono i Maya i primi a scoprire la bontà dei semi di cacao (cacaoyer) 600 anni prima di Cristo. Questa popolazione preparava una bevanda mescolando la polvere dei semi tostati di cacao, acqua e spezie. Le leggende sostengono che il seme della pianta del cacao era stato portato dal paradiso e che la saggezza e la potenza venivano dal consumo del frutto dell'albero del cacao.

Oltre ad essere un alimento, il cacao era per i Maya anche una moneta e con gli Aztechi, il cui sistema monetario era proprio basato sulle fave di questa pianta, entrò definitivamente nella storia. Molti indigeni erano spensierati e preferivano bere il cacao piuttosto che arricchirsi. Hernandez (1572) riporta che gli indigeni avevano una vita allegra, non si preoccupavano dell'avvenire e godevano dei beni temporali della natura utilizzando i semi del cacao al posto della moneta. Un esploratore del Centro America scoprì che con 4 semi di cacao si poteva comperare un zucca, con 10 un coniglio, con 12 una notte con una concubina, e con 100 uno schiavo.
Gli Aztechi associavano il cioccolato a Xochiquetzal, la dea della fertilità. Nelle Americhe il cioccolato, dopo essere stato tostato, macinato, mescolato con un liquido e sbattuto fino a diventare spumoso, il cacao veniva servito come xocolatl, spesso aromatizzata con vaniglia, peperoncino e pepe. Questa bevanda dall'aspetto schiumoso, amara e scarsamente gustosa somigliava molto poco al cacao dolce e gradevole che apprezziamo tutti, tuttavia gli Aztechi consumavano il xocolatl per eliminare la fatica, stimolare le forze fisiche e mentali, e consentire, così, la trascendenza. Altri modi di preparazione combinavano il cioccolato con la farina di mais ed il miele.
La leggenda narra che, molti secoli or sono, una principessa, lasciata a guardia delle ricchezze dello sposo, un grande guerriero partito a difendere i confini dell'impero, venne assalita dai nemici che, invano, tentarono di costringerla a rivelare l'ubicazione del tesoro. Per vendetta venne uccisa e, dal sangue versato dalla fedele sposa, nacque la pianta del cacao, il cui frutto nasconde un tesoro di semi, “...amari come le sofferenze dell'amore, forti come la virtù, lievemente arrossati come il sangue”.
Con questi frutti, il marito Topiltzin Quetzalcoàtl (“Serpente Piumato”) volle riconoscere ed esaltare la fedeltà pagata con la morte, dell'amatissima moglie. La stessa fedeltà che, nell'immenso impero azteco, legava i sudditi all'imperatore.
Il vedovo Quetzalcoatl, ammalato e sofferente per la terribile perdita,un giorno bevve una pozione magica offertagli da uno stregone che invece di guarirlo lo portò a smarrire completamente il senno.
Si narra che il povero re fuggì verso il mare, dove trovò una zattera di serpenti aggrovigliati e si allontanò scomparendo misteriosamente.
Ma prima di abbandonare quel mondo, Quetzalcoàtl promise che avrebbe fatto ritorno per riprendersi il suo regno, nell'anno posto sotto il segno del Ce-acatl.
Il seme dell'albero di cacao fu chiamato, in suo onore, dapprima cacahualt e poi chocolatl.
 Secoli più tardi, nel 1519, anno sotto il segno del "Ce-acatl", una grande nave carica di uomini con scintillanti armature come scaglie di serpente ed elmetti piumati, fece la sua comparsa vicino alla costa orientale del regno azteco.
Immediatamente l'imperatore Montezuma credette alla profezia ed accolse pacificamente quella nave pronto a restituire il regno al Dio Quetzalcoàtl.
Sul battello però non vi era il Dio azteco ma un conquistatore spagnolo: Hernàn Cortès.
Vennero offerti molti doni quali oro, argento, pietre preziose, schiave e... cesti pieni di semi di cacao.
Cortès scriveva a Carlo V: "una tazza di questa preziosa bevanda consente ad un uomo di sopportare un'intera giornata di marcia senza prendere altri cibi". Cristoforo Colombo portò con sè alcuni semi di cacao da mostrare a Ferdinando ed Isabella di Spagna, ma fu Hernando de Soto ad introdurre il cacao in Europa più diffusamente.
Alcuni frati spagnoli, grandi esperti di miscele e infusi, sostituirono gli ingredienti originari (achiote, fior di spigo, sapodilla, mais, miele, chili e pepe garofanato) con lo zucchero di canna e la vaniglia, creando una bevanda dolce e gustosa. A loro va anche il merito di aver subito capito l'alto potere nutrizionale del cioccolato, tanto da utilizzarlo come sostegno alimentare durante i lunghi periodi di digiuno.
In Italia, e precisamente in Toscana si cominciarono ad aggiungere alcuni particolari ingredienti: le scorze fresche di cedrata e limoncello, aromi di gelsomino, cannella, vaniglia, ambra e muschio. Diluito con il latte, e non più con l'acqua, la bevanda al cioccolato prese il nome di “cioccolatte”.
I Gesuiti diedero il via libera all'uso della cioccolata in Chiesa, e contribuirono al commercio tra l'America latina e l'Europa dove il "cioccolatte" si diffuse velocemente: alla bevanda, infatti, venivano attribuite doti taumaturgiche, medicinali e persino afrodisiache. I Dominicani, appartenenti ad una tradizione religiosa più severa e rivaleggiante con quella della Compagnia di Gesù, si opposero alla diffusione della cioccolata adducendo, come pretesto, il fatto che essa potesse riscaldare eccessivamente il sangue.
A Londra le bevande al cacao venivano vendute in locali pubblici specializzati: i “chocolate-drinking houses”
Al 1671 risalirebbe, invece, l'invenzione del primo cioccolatino: un aiutante di cucina, versando per sbaglio dello zucchero caldo su alcune mandorle, avrebbe creato involontariamente un nuovo alimento, tanto gustoso che il Duca di Plesslin-Praslin, una volta assaggiatolo, avrebbe poi deciso di chiamarlo con il suo nome. E fu così che nacquero le "praline".
Verso la fine del XVII secolo, a Torino si sarebbero addirittura prodotte 750 libbre di cioccolato al giorno, cioè 350 kg, che in parte venivano esportate.
Soltanto nel 1755 gli Stati Uniti d'America si ricordarono del cacao e divennero, dopo qualche decina di anni, il paese prevalente nella sua produzione. Nel 1780 venne prodotto, a Barcellona, il primo cioccolato industriale.
In Olanda, Van Houten inventa una macchina per estrarre il burro di cacao, la bevanda comincia a diventare più fluida e quindi più gradevole.
Alla fine del 1800 lo Svizzero Daniel Peter aggiunge al cioccolato del latte condensato, ottenendo un cioccolato al latte di consistenza solida. Sempre alla fine del 1800, un altro svizzero, Rudolph Lindt, sviluppa un metodo nuovo ed originale per raffinare il cioccolato, il risultato è un prodotto finito estremamente fine: è il cioccolato fondente.
Nel 1946 Pietro Ferrero inventò una crema di cioccolato e nocciole che chiamò Pasta Gianduja con l'intenzione di venderne qualche chilo ai pasticcieri di Alba: il prodotto ebbe un successo superiore a ogni aspettativa e qualche anno dopo, nel 1964, ne nacque la Nutella, che divenne popolare in tutto il mondo.
Si racconta che Napoleone dopo un'estenuante giornata bevesse una gran tazza di cioccolata calda per ritemprarsi nell'anima e nel corpo.
Il marchese De Sade riteneva che il cioccolato fosse afrodisiaco mentre Gabriele d'Annunzio mangiava quadretti di fondente prima di incontrare le sue amanti. L'effetto afrodisiaco sarebbe dovuto alla presenza nel cacao di feniletilamina, la sostanza che ha effetti euforizzanti (analogo a quello delle anfetamine) e viene prodotta dall'organismo quando scatta il colpo di fulmine! Nel cacao, quindi, sono presenti importanti sostanze psicoattive come le teobromine e la caffeina, eccitanti e stimolanti il respiro, l'attività cardiaca ma soprattutto la funzione muscolare. Tutte le moderne ricerche hanno dimostrato che il cioccolato, in giuste dosi, non solo non è pericoloso, ma può anche apportare parecchi benefici all'organismo fa bene persino ai denti.

giovedì 20 ottobre 2011

La sofferenza

Anche la sofferenza fa parte del grandioso e misterioso dono di Dio. Non possiamo sottrarci al suo inesorabile volere. Solo imparando ad accettarla si cresce.
Grandi pensatori dicono che si rimane bambini perchè non si riesce ad affrontare le difficoltà, ma le si evitano. Penso abbiano ragione. Girare intorno al problema non fa che aumentare quel senso di frustrazione che cresce in noi quando siamo privati di qualcosa. Costruirsi attorno un piccolo Paradiso materiale, esente da qualsiasi ombra: più si fa finta che la sofferenza e il dolore non esistano, più essi si sedimentano in zone più oscure della nostra anima.
Affrontare la sofferenza, attraversarla e scoprire i frutti positivi è molto difficile, specie in una società orientata alla sua cancellazione e dedita all'esaltazione del divertimento. Così viene spinta in recessioni sempre più profondi, sempre più nascosti agli altri. Mostrare la sofferenza, al giorno d'oggi, è il vero tabù.
Si nasconde come se fosse una colpa. E la colpa diventa vergogna. Essere sofferenti e mostrare una debolezza agli altri.
Propio quando diventa insostenibile arrivano quei momenti che chiamiamo 'crisi' (in greco vuol dire 'scelta'), passaggi assai dolorosi, nei quali però, chissà come, fioriscono le cose più belle della vita.
All'interno della sofferenza di ogni singolo uomo, viene naturale porsi una domanda: 'Perchè?'
L'uomo soffre sapendo di soffrire, è ne chiede il perchè; soffre in modo ancor più profondo se non trova una risposta soddisfacente, sia quando lo pone all'uomo, sia quando lo pone a Dio.
E' difficile.
L'uomo non pone questo interrogativo al mondo, perchè sa che la maggior parte della sofferenza è causata da esso, ma lo pone a Dio come Creatore. L'esistenza del mondo, con la sua quotidiana drammaticità, apre lo sguardo dell'anima 'umana' all'esistenza di Dio.
L'uomo rivolge a Dio la domanda. E Dio aspetta la domanda...

lunedì 10 ottobre 2011

Il discorso di Steve Jobs alla Stanford University

Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra
laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai
laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più
avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre
episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.
Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi
sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo
definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica
era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava
ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato
affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua
moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero
preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei
“veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione,
furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un
bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero:
“Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia
mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai
diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per
l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei
genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi
un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei
genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi,
non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella
mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo.
Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano
risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che
tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca,
ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia
mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle
lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano
interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel
dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo
indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent
di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica
camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente
nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle
cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel
periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un
esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori
corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni
cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i
miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi,
decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto
di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come
variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende
la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così
artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e
trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione
pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo
computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo
computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac
non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se
Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se
non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i
computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono.
Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di
cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle
dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando
avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia
che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo
unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro
karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo
approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia
vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella
vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei
genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni
Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due
miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato
la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima, e avevo appena
compiuto trent’anni... quando venni licenziato. Come può una persona essere
licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò
assumemmo una persona - che pensavamo fosse di grande talento - per dirigere la
compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le
nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo.
Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui.
Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva
focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu
devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche
mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che
avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con
David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto
così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a
pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada
dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla
Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora
innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere
licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La
pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un
iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia
vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT,
un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe
diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente
creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior
successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò
NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore
dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida
famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe
accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un
saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita
vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono
convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore
per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto
per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro
occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne
davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un
gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa
per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di
cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le
grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi
continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che
recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai
azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi
trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto:
“Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per
fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni
consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile
che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita.
Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e
l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla
morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state
per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla
convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione
perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una
scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel
mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I
dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e
avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi
consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i
medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai
tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi
mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la
cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi
‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In
seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella
gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda
nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale,
ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al
microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si
trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così
mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla
morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi
ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo
un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in
paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte
rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai
sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore
invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del
vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un
giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e
sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la
verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la
vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a
vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle
opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante,
abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi
guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare.
Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si
chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia
generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo
Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine
degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le
macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di
Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era
idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole
Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale.
Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella
quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di
campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se
siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati.
Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel
giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro
questo a voi.
Siate affamati. Siate folli.
Omaggio ad un personaggio che ha contribuito
all'innovazione mondiale dell'informatica e della tecnologia.
Lui ha cambiato il mondo,
non possiamo sottrarci ha questa realtà.
Lui non era la classica pecora, lui non seguiva il gregge,
ma, era quella che percorreva il pascolo per conto suo.
Diceva:
"Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore perchè lui sa già quello che volete avere".
Quant'è vero!
Scelse la mela addentata per la sua azienda perchè simbolo di conoscenza.
"Il segreto del mio successo?
Non accontentarsi mai", diceva.
La sua storia è la mia storia.
Non ha mai terminato gli studi, ma con la sua capacità e forza di volontà
ha creato la sua felicità.
E' anche grazie a lui che è nato il mio blog.

giovedì 6 ottobre 2011

Non giudicare mai troppo in fretta

Un uomo aveva quattro figli.
Voleva che imparassero a non giudicare le cose troppo velocemente.
Così li mandò uno alla volta a osservare un albero molto distante da casa...
Il più grande andò in inverno, il secondo in primavera, il terzo in estate, il più giovane in autunno.
Quando tutti furono tornati chiese loro cosa avevano visto.
Il grande disse che l'albero era brutto, spoglio e ricurvo.
Il secondo disse che era pieno di gemme e promesse di vita.
Il terzo non era daccordo. L'albero era pieno di fiori, profumato e bellissimo, era la cosa più bella che avesse mai visto.
Il più piccolo aveva un opinione ancora diversa. L'albero era carico di frutti e pieno di vita, di realizzazione.
L'uomo spiegò ai suoi figli che tutti avevano ragione, infatti avevano osservato solo una stagione della vita dell'albero.
Disse loro di non giudicare un albero o una persona solo in una stagione, che l'essenza di ciò che una persona è, la gioia, l'amore, la realizzazione che viene dalla vita possono essere misurate solo alla fine quando tutte le stagioni sono complete.
Se ti arrendi quando è inverno, perderai la speranza che regala la primavera, la bellezza della tua estate, la realizzazione del tuo autunno.
Morale:
Non lasciare che il dolore di una stagione distrugga la gioia di ciò che verrà dopo.
Non giudicare la tua vita in una stagione difficile.
Persevera nelle difficoltà... il meglio deve ancora venire!!!
Preso da una bacheca su facebook

domenica 25 settembre 2011

I profumi e i colori dell'autunno...

Ecco quì... i colori caldi dell'autunno.
Già lo si intravede nei tramonti sempre più precoci, nelle temperature che scendono, nelle piogge più insistenti, nella natura che perde quel suo verde carico abbagliante. E' già tempo di nuovi progetti.
Ogni stagione porta con sè un'idea di rinascita e di rinnovamento. E anche l'autunno, malgrado il sole più tenue, e il clima più inclemente, inducano una certa malinconia. E' una stagione di nuovi inizi e di nuovi propositi.
Ad annunciare l'autunno ci pensano pure gli animali. Molte specie iniziano il letargo, ma chi abita in città, conducendo una vita sempre più artificiale, non ha modo di accorgersene.
I profumi del mosto che fermentano nelle cantine danno il benvenuto a nuove piogge.
Trascorro questa stagione beatamente, in una Grottaglie deserta dall'arrivo delle prime piogge e della scuola che impegnano i ragazzi nei mesi freddi.
L'autunno si sente in tutte le cose. dalle case, dall'asfalto, dall'aria.
Le case sono tutte aperte al mattino, a quest'aria leggera e dolce che sorvola giardini e piazze ed entrano nelle finestre spalancate.
L'odore di certe giornate d'ottobre sa di terra smossa, di fresche ghirlande, di dolci marmellate di mele cotogne, di castagne arrostite, di camini dove scoppiettano fuochi allegri, di selvaggina, di arance e mandarini...
L'autunno marcisce deliziosamente in questi odori.

lunedì 12 settembre 2011

L'uomo

L'uomo sogna il cielo,
ma ama la terra.
vuole conoscere Dio,
ma si ribella alla sua ultima inesorabile chiamata.
Vuole più l'eternità dell'anima.
Vuole l'infinito nel finito.
Di quì le sue insicurezze, le sue angoscie,
le sue lacrime.

venerdì 9 settembre 2011

Cari mamma e papà,

solo a voi, che mi leggete nel cuore, vorrei dedicare questo spazio...
Venite da me, mi va di parlare.
Vorrei dirvi tante cose, ma saranno più quelle che non vi dirò, perchè un mare di parole potrebbe sommergere l'essenziale. Vorrei ringraziarvi per avermi amato fin dal primo palpito, penso di non averlo fatto mai. Voi direte che non c'è bisogno e che quello che avete fatto e farete non smetterete mai, perchè non si smette mai di essere genitori.
Non vi dirò che siete degli angeli perchè non sono esseri di questo mondo ed io voglio che restiate sulla Terra con me perchè ho bisogno di voi. Le vostre braccia sono sempre un rifugio e un appoggio per me. Il bene che farò in futuro nascerà spontaneamente dall'amore che voi avete seminato nel mio cuore, ed è da quì che coglierò la forza per affrontare le durezze della vita.
Vi voglio tanto tanto tanto bene.
Lux

lunedì 5 settembre 2011

Il mio piccolo paniere

Giorni fa mi sono fatta una domanda... "Cosa lascerò dietro di me quando me ne andrò?".
Al momento, non ho saputo rispondere. Ma l'indomani mattina ho sentito qualcosa nella mia mano sinistra.
Era un piccolo paniere...
All'interno c'erano dei "rimpianti" ... degli ... "avrei dovuto"... "Se avessi saputo"...
Questo paniere era completamente inutile.
A cosa servono tutti questi rimpianti?
Subito l'ho lasciato cadere, ed è scomparso per sempre.
Poco tempo dopo, ho sentito qualcosa nella mia mano destra. Era un altro piccolo paniere.
Guardando più attentamente erano delle cose che avevo ricevuto, e che avevo conservato lì, nel corso della mia vita...
Dei sorrisi... delle carezze... dei gesti... delle parole d'amore... delle belle riunioni... delle cene... delle telefonate... degli sguardi... e altro ancora...
Ce n'è per tutti, dai più piccoli ai più grandi.
E' piccolissimo il mio paniere, ma è unico ed è Mio.
Continuo a riempirlo con molte gioie. Lo chiamo il mio paniere di gesti d'amore...

sabato 3 settembre 2011

Il dolore?

Una ferita. Un abbandono. Un bene che ti sfugge. Un amore che finisce. Un'amicizia che si frantuma. Una dignità colpita. Una malattia. Oppure il non aver amato abbastanza. L'essere riusciti a perdere per vincere. Il dolore per il tanto male che ogni giorno viene commesso. Come una prepotente fiamma ti raggiunge fino all'anima, occupa la tua mente, dilania il tuo corpo, percorre la tua pelle.
Il dolore c'è.
E' scritto nel nostro limite umano. A te , a me, a ciascuno la scelta.
Si può accogliere come compagno 'prezioso' di vita e farne punto di forza per uscire 'vittoriosi' dalla battaglia della vita, come elemento che ti scava fin nelle profondità e tu con esso, visitando le tue energie migliori e scorgendo meraviglie che prima non conoscevi così bene.
Le parole di Dietrich Bonhoeffer possono aiutarci a penetrarne il mistero:
"E' infinitamente più facile soffrire ubbidendo a un ordine dato da un uomo, che nella libertà dell'azione responsabile personale.
E' infinamente più facile soffrire comunitariamente che in solitudine.
E' infinfinitamente più facile soffrire nel corpo che nello spirito.
Cristo ha sofferto nella libertà, nella solitudine, appartato e nella vergogna, nel corpo e nello spirito, e da allora molti cristiani con Lui".

mercoledì 31 agosto 2011

Il dolore

La vita umana oscilla, come un pendolo,tra il dolore e la noia: dei sette giorni della settimana, dice Schopenhauer, sei solo di dolore e di bisogno, è il settimo è di noia. Il dolore però non riguarda soltanto l'uomo ma investe ogni cosa. Tutto soffre, dal fiore che appassisce all'animale ferito; e se l'uomo soffre di più e perchè, avendo maggiore consapevolezza, è destinato a patire maggiormente l'insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali. Per la stessa ragione il genio, avendo maggiore sensibilità rispetto agli uomini comuni, è votato ad una maggiore sofferenza. In tal modo, Schopenhauer perviene ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico di tutta la storia del pensiero, ritenendo che il male non sia solo nel mondo ma nel principio stesso da cui tutto dipende.

domenica 28 agosto 2011

Il rimpianto

Forse siamo troppo occupati a sopravvivere se mentre ci regalano un sorriso non lo notiamo nemmeno. E quando un bivio davanti a noi ci confonde il cammino raramente ci lasciamo guidare dalla voce del cuore. Ci angosciamo al pensiero di quello che dobbiamo lasciare, preoccupati all'idea di dover scegliere senza capire che potrebbe essere una svolta importante in questo nostro splendido viaggio.
Quando scorgiamo una mano tesa, non sempre siamo disposti a stringerla, preoccupati di comprendere l'intenzione del gesto, senza valutare che può essere la vita e la gioia che solo un emozione può assicurare e difendere.
Eppure lo sentiamo il calore del fuoco! Ma per paura delle bruciature che ne possono derivare permettiamo al freddo di travolgerci.
Se nell'incertezza creiamo intorno a noi delle barriere sulla vetta più elevata, dove la purezza è incontaminata, avvertiremo solo il gelo dell'inverno.
Abbiamo a disposizione il mare e non scorgiamo quell'alba che si spinge avanti oltre le onde e lo scuro della notte.
Conosciamo l'intensità del cielo, ma ci attira solo quella nuvola grigia.
Ci è offerta la felicità, ma non siamo in grado di allontanare l'inquietudine serrando gli occhi davanti al cambiamento per il timore di osare.
Ci riserviamo quella lacrima perchè levi quel vuoto, ma per quale ragione?
Quando ci regalano un sogno non svegliamoci troppo presto, abbracciamolo!
Non aspettiamo domani per comprendere che quel bivio bisogna volerla e conquistarla.
Il treno della vita intanto, sarà sfrecciato sfiorandoci, di quel crocevia lontano, rimarrà il ricordo per una scelta...
... o forse per un rimpianto!

domenica 21 agosto 2011

Sorridi...

Sorridi... anche se il tuo cuore soffre...
...sorridi, anche se c'è rottura.
Quando ci sono nuvole nel cielo supererai... se sorridi.
Attraverso la paura e il dolore... sorridi...
e forse domani vedrai il sole venirti incontro splendente... per te...
... illumina il tuo volto con gioia...
...nascondi ogni traccia di tristezza,
anche se una lacrima è tanto vicina,
questo è il periodo in cui devi continuare a tentare.
...sorridi, a che serve piangere?
Troverai che la vita vale sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi.
Questo è il momento nel quale devi insistere...
... sorridi, che senso ha piangere?
Troverai che la vita val sempre la pena di viverla, se soltanto sorridi!

lunedì 15 agosto 2011

Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

Paul Gauguin, famoso pittore francese del XIX secolo, ad un certo punto della sua esistenza lasciò l'Europa per andare a cercare un "paradiso di felicità" in un'isola del Pacifico meridionale, come dice la sua biografia, egli desiderava trovare riparo dai dannosi effetti della civiltà. L'artista, col tempo, dovette riconoscere che anche sulle isole tropicali la morte aveva sempre la meglio sulla vita, che i problemi economici si erano trasferiti insieme a lui dalla Francia accompagnati dai suoi problemi di salute. Quando arrivò a queste deludenti conclusioni dipinse un quadro che intitolò "Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?", con il quale l'artista cercò di esprimere la sua incapacità di comprendere il mondo.
La maggioranza dei cristiani sa che le risposte agli interrogativi sulla vita formulate da Gauguin nei suoi dipinti, e da altri prima e dopo di lui, si trovano nella Bibbia. Essa insegna che indipendentemente da dove, nel Pacifico o in qualsiasi altro luogo, è solo vivendo in armonia con il nostro creatore che possiamo trovare vera felicità. Ma cosa accade quando forti convinzioni di fede e di tradizione, radicate profondamente nel cuore della gente umile sono messe in dubbio da scienziati e studiosi? Se alla domanda "Da dove veniamo?", non potessimo più rispondere "Da Dio, il nostro creatore", ma fossimo persuasi a rispondere "dalle scimmie", come risponderemmo alle domande successive "Che cosa siamo e dove andiamo?". Di certo è molto importante avere le idee chiare su questo argomento: "Come ha avuto origine la vita, per evoluzione o per creazione?".
"Evoluzione è sinonimo di trasformazione, e la base dell'evoluzione è la trasmissione ereditaria dei caratteri, in altre parole, il fatto che tale trasmissione può subire mutazioni casuali per l'interazione con l'ambiente; sono queste mutazioni casuali che possono aprire nuove linee evolutive per la specie", questa è la definizione apparentemente semplice che l'Enciclopedia multimediale dà all'evoluzione.
Il famoso naturalista Charles Robert Darwin afferma che tutti gli esseri viventi deriverebbero da organismi antenati comuni, a loro volta evolutisi da cellule primordiali. Esistono varie teorie a riguardo, ma il Darwinismo punta sulla selezione naturale come conseguenza di una lotta per la vita. Stando a tale teoria, tutti gli organismi derivano da uno stesso gruppo di organismi originari. A parere di Darwin per lunghi periodi, i membri di una stessa specie non si modificano, ma sporadicamente compaiono individui diversi che possono dar luogo ad una nuova specie che rimpiazza la precedente o vive insieme con essa. Il processo avviene per una mutazione nel patrimonio genetico. Le mutazioni sono casuali e inevitabili. Alcune producono individui malati o inferiori, altre individui più adatti dei precedenti all'ambiente naturale. Darwin definì selezione naturale quell'insieme di processi che fa sopravvivere solo gli individui più adatti. Mutazioni casuali e selezione naturale producono quindi l'evoluzione. Nonostante Darwin sia vissuto all'inizio del 1800, le sue teorie sono fonti di attualissime discussioni. Nel 68° numero di "Quark", un articolo, intitolato "L'evoluzione, quella legge che spiega ogni cosa", dopo aver parlato della visione scientifica darwiniana, secondo la quale la vita ha avuto origine dalla casualità, afferma che lo spirito darwiniano non è un atteggiamento antireligioso o ateo e non sostiene che Dio esiste o no esiste (...); chi ha questo principio s'ispira; vuole provare a capire il mondo che ci circonda con la forza della ragione, indipendentemente da forze animiste o magiche o comunque sovrannaturali. Forse chi ha scritto questo articolo desiderava creare un punto comune con chi crede nel Creatore, ma probabilmente ha trascurato la possibilità di poter, con queste parole, turbare la loro sensibilità.
Come potrebbe coincidere l'esistenza di Dio con la teoria evoluzionistica di Darwin?
Questo porterebbe portare a pensare che l'uomo e la donna sono venuti all'esistenza sulla terra per merito di un'innumerevole serie di improbabili e complesse casualità e che da qualche parte in cielo c'è un Dio, creatosi anch'esso per caso, a cui l'uomo non deve nulla. Molto probabilmente non sarà il metodo scientifico basato sull'osservazione e la verifica sperimentale ad affermare con certezza che siamo stati creati da Dio, ma possiamo avere altri tipi di prove. Nel periodo in cui visse Darwin la maggior parte delle persone, era stata contagiata dalle idee positiviste, perciò le idee religiose potevano essere considerate leggittime, ma non appartenevano alla vera conoscenza in quanto non scientifiche. La storia c'insegna che questa corrente ideologica si banalizzò presto per la sua fiducia un pò troppo ingenua nel progresso. Oggi fortunatamente, esistono degli scienziati credenti come Marco Bersanelli che nel suo articolo dell'1/9/2006 intitolato "L'arco della domanda. Creazione ed evoluzione" afferma: "La ragione umana è più grande della ragione scientifica, ed è alla ragione umana nella sua interezza che è affidata la possibilità di riconoscere il creatore dal segno della creatura. Dio ha preferito non imporsi all'uomo con il vincolo di una dimostrazione, ma ha voluto sottoporsi al rischio del riconoscimento da parte di una creatura libera".
Alcuni fisici credono che Dio potrebbe aver prodotto direttamente i vari elementi chimici che compongono il nostro pianeta, altre teorie scientifiche ipotizzano che la terra potrebbe essere formata da materie espulse durante l'esplosione di una stella, qualsiasi sia il modo con cui Dio abbia creato la terra e l'essere umano, l'elemento fondamentale per rispondere alle restanti domande "che cosa siamo e dove andiamo?" è l'amore che Egli prova per noi. Noi siamo l'espressione del Suo amore e l'incontro tra fede e ragione sta nel fatto che Dio, nostro creatore, ha posizionato il sole alla giusta distanza dalla terra affinchè noi ci riscaldassimo senza bruciarci. Sta a noi ora identificare il sole come una semplice stella con le sue leggi e definizioni scientifiche o come un dono di Dio, ma certo non possiamo affermare che sia venuto all'esistenza per caso.